Monthly Archives: Settembre 2015

The fashion day: domenica 4 dicembre ore 18.00

Sarà l‘hotel Santin ad ospitare domenica 4 dicembre una sfilata dedicata alla moda e alle tendenze per la stagione autunno/inverno.
Alla sfilata prevista per le ore 18.00, non mancheranno dei piacevoli intermezzi musicali.

locandina santin
L’evento è organizzato in collaborazione con Erremoda, Yamamay, Sister Style, Coconuda, Petali d’incostro e Lucescrittura.

The fashion day: domenica 4 ottobre, ore 18.00

Hotel Santin
Viale delle Grazie, 9, 33170 Pordenone PN
0434 520443

http://www.hotelsantinpordenone.it/

Lunga vita al cinema noir

Arrivando al termine di questo piccolo percorso autobiografico, mi accorgo di aver dimenticato moltissimi film decisivi, fondamentali: molto cinema italiano, americano (Kubrick, Allen, Welles, Ford, Scorsese, De Palma, Lynch…), orientale (Ozu, Mizoguchi, Kurosawa). Mi è difficile preferire o prediligere un regista italiano: chi scegliere fra Rossellini, Fellini, Pasolini, Visconti, Antonioni, De Sica? Non rinuncerei mai a Europa 51, a Otto e mezzo o a Casanova, ad Accattone o Mamma Roma, a Senso o Rocco e i suoi fratelli, a Il grido, Blow up o Professione: reporter, a Ladri di biciclette o a Umberto D. E tuttavia in conclusione, dedico la mia ultima predilezione a un genere nella sua interezza, non a un singolo film: quel cinema noir che, come genere tipicamente americano (al pari del western), ha conosciuto propaggini, adattamenti, declinazioni europee (in particolare in Francia, con il polar), pur rimanendo l’originale di fatto inimitabile.

cinema noir

Il cinema noir americano, che conosce la sua età dell’oro fra gli anni Quaranta e il 1960 (con l’ulteriore fioritura del neo-noir), sull’onda di una letteratura specifica e unica, definisce i contorni di un mondo con una sua morale (incerta e ambigua), con una sua metafisica (chiaroscurale e interrogativa), con una sua estetica (fotografica, attoriale, stilistica). Il detective amorale e cinico, la femme fatale, felina e autodistruttiva, un universo di picchiatori, gangster, giocatori d’azzardo, cinici sfruttatori, sono i personaggi estremi di questo mondo, un mondo quasi mitico che eccede sempre le leggi dell’utile e del guadagno, come pure la logica dell’intreccio giallo o poliziesco, per lanciare allo spettatore interrogativi morali e provocazioni estetiche continue. Le trame contorte, al limite dell’incomprensibilità (proviamo a riassumere in maniera narrativamente lineare l’intreccio de Il grande sonno di Chandler e Hawks: uno sforzo infruttuoso), costituiscono solo lo sfondo per disegnare atmosfere urbane misteriose e inquietanti, per descrivere personaggi alla deriva e solitari, spesso segnati dall’incubo della guerra e dall’isolamento, per articolare una relazione sempre più sfumata tra fantasia e realtà, fra sogno e quotidianità, fra ideali e torbida concretezza.

cinema noir

Il noir è un genere che non si definisce semplicemente per la presenza di un delitto o di un mistero da risolvere, né per la lotta tra il bene e il male, tra la legge e la sua trasgressione: è, al pari della letteratura francese di quegli stessi anni, un genere esistenziale, che rappresenta un universo morale ed estetico, in cui i personaggi si dibattono come in una gabbia metafisica. Spesso ridotti a produzioni di serie B, i film noir hanno visto nascere autentici piccoli capolavori, celebrati solo a posteriori: registi come Edgar Ulmer o Jacques Tourneur, spesso confinati a dirigere opere minori dal sistema hollywoodiano, hanno realizzato Detour e Out of the Past (Le catene della colpa), dove il gioco che il destino riserva ai protagonisti rivela un’implacabile fatalità, dai tratti metafisici.

cinema noir bogart

Nel cinema noir classico, ciò che più colpisce e affascina è la straordinaria coerenza estetica di questo universo grigio o dai forti contrasti, la tagliente precisione di una fotografia che ritaglia e definisce gli ambienti, gli spazi, i luoghi: i caffè fumosi e spesso deserti, i night club equivoci, le sale da gioco clandestine, le periferie delle città, le strade deserte di un’alba metropolitana a San Francisco o New York, l’esotismo degli spazi della fuga, dei luoghi dell’utopia (il Messico o il Sud America dove sognano di fuggire e fuggono i personaggi de Le catene della colpa, la prateria americana dove va a morire tra i cavalli Sterling Hayden in Giungla d’asfalto). In questo universo claustrofobico e inevitabilmente urbano, l’utopia o il sogno spesso assumono l’aspetto dell’onirismo più esasperato (le scene del delirio di Marlowe ne L’ombra del passato di Dmytrick, il sogno-incubo de La donna del ritratto di Lang) o dell’assolata luminosità del Sud, di ciò che sta al di là del confine americano, come la straordinaria sequenza dell’innamoramento e della nascita della passione (poco importa se vera o falsa, se illusoria e chimerica) fra Robert Mitchum e Jane Greer ne Le catene della colpa sulle spiagge messicane. All’interno di un genere, in fondo così letterario per la sua ascendenza e così definito nei suoi limiti anche tecnici o narrativi, si sono potute realizzare le sperimentazioni più originali e affascinanti. Fritz Lang deve buona parte della sua seconda carriera americana alla frequentazione con il noir, da lui interpretato come spazio per lanciare interrogativi etici e metafisici sull’uomo e la giustizia, Nicholas Ray ha lasciato alcune delle sue testimonianze più sincere e autentiche della sua poetica in film come La donna del bandito, Il diritto di uccidere, Neve rossa o Il dominatore di Chicago.

È impossibile scegliere un solo titolo all’interno dell’universo noir, che ha sedotto grandi autori anche europei (Renoir, Truffaut, Godard), forse alcune sequenze di diversi film: il migliore flashback in Doppio gioco di Robert Siodmak, quando Burt Lancaster rientra nel lungo e stretto bar per rivivere come in un sogno la sua tormentata storia d’amore, l’inizio più perfetto nella scena d’apertura di Dietro la porta chiusa di Lang, in cui sogni, incubi e realtà si mescolano nella voce off di Celia felice di sposare il bizzarro architetto Mark, monologo accompagnato da un fluido piano sequenza, il finale più drammatico nella morte di Sterling Hayden tra i cavalli selvaggi in Giungla d’asfalto di Huston, ma anche quello apocalittico e definitivo di Un bacio e una pistola di Robert Aldrich….e così via…

Michele Bertolini

pordenoneveste: il meglio e il peggio

Per i primi cinque minuti a pordenonelegge, ho temuto di dover trasformare il titolo dell’articolo da “pordenoneveste” in “pordenonevestemale”, ma poi le cose hanno preso una piega (d’abito) diversa.
Devo per forza fare una premessa prima di continuare il succulento articolo: l’idea di pordenoneveste non è farina del mio sacco, ma è stata una signora colta e piena di gusto ad avermi suggerito di fare un post a tal proposito.
Pur amando l’abito fiorato, con una linea anni cinquanta, ho basato il mio giudizio su chi è riuscito meglio a valorizzarsi ed avere un look adatto al tipo di evento.

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Ferirò più di qualcuno, ma ho deciso di escludere le donne con le labbra a canotto, seppure ce ne fossero davvero di ben vestite. Altra categoria che ho escluso è stata quella delle donne senza reggiseno ( chi l’avrebbe mai detto che nella minuscola cittadina friulana ci fosse cosi tanta audacia!).

Ma veniamo a ciò che ho visto.
Quando dopo solo tre minuti di passeggiata in Corso, mi sono trovata davanti una pantera vestita con una tutina scintillante, canottiera con numero in glitter stampato sul retro e viso lampadatissimo, mi è venuto quasi male. A chiudere uno dei peggiori outfit di cui ho memoria, un paio di scarpe da ginnastica a zeppa dorate, glitterate, swaroscate di pessima fattura. Ma quello che mi ha fatto più rabbia è che la tizia in questione aveva uno di quei “derrière” da fare invidia a noi tutte. “Mrs. Sonounatrentennemavestodateenager” avrebbe ricevuto grandi consensi sotto il ring dell’incontro di boxe Mike Tyson vs Evander Holyfied – quello in cui il primo stacca a morsi un pezzo di orecchio del secondo- ma non a pordenonelegge.
E con ogni probabilità Tyson alla vista di quella tutina scintillante, avrebbe pensato che c’era di meglio da mordere che il lobo dell’avversario.
Ad accompagnare questa “ragazzina” un compagno che si capiva amare la palestra, peccato che quando li ho sorpassati ho notato che il six pack del fusto era diventato un due. Un due di picche però. Anche se in questo articolo mi sono ripromessa di non parlare del look degli uomini, non posso esimermi nel dire a costui, che sono in pochi a potersi permettere una serafino attillata: uno di questi è canadese, nato nel 1980 e neo papà.
Visto che la palma d’oro del peggiore look di pordenoneveste è già stata assegnata, concentriamoci invece sulle cose che mi sono piaciute.

pordenoneveste
Ho trovato assolutamente convincente il look di questa signora tutta vestita in chiaro con pantalone, maglia extra large e giacca operata. A completare il suo look, un paio di occhiali da vista Prada tanto meravigliosi, quanto difficili da portare. Sul suo visto allungato circondato dalla capigliatura riccia stavano benissimo. Sarebbe stata benissimo pure con un bel libro di architettura in mano. Un’edizione Taschen, vista la stilosità del soggetto.

pordenoneveste
Outfit ben riuscito anche per questa bellezza dai tratti mediterranei: è quasi un total black il suo. Ad interrompere la tonalità un elemento rigato asimmetrico da portare sopra al sempre validissimo tubino. Ma la cosa che mi è piaciuta di più è stata il ciondolo in argento lavorato: Violet Grey approverebbe.
Prima di trovare degli altri outfit validi, mi sono imbattuta in uno stuolo di donne con le gonne troppo corte, troppo colorate o vestite troppo sportive.

pordenoneveste
Delle ragazze me ne è piaciuta invece una con questo look da “militante della buona lettura”: jeans neri tagliati, canotta nera e borsa nera con frangia. Unici elementi colorati: i suoi boccoli biondi e una casacca senza maniche military style.

pordenoneveste
Scatto rubatissimo invece per questo caschetto perfetto che sceglie un long dress nero molto scollato sulla schiena. Rompe la monotonia del nero solo con gli accessori: una cintura color cacao borchiata e una grande borsa capiente della stessa tinta.

pordenoneveste
E come non incorniciare in questo articolo il vestito giallo portato di questa signora elegante ed altissima? Il marito, quando mi sono avvicinata a lei, non ha potuto celare il suo orgoglio nel sapere che il look della moglie sarebbe finito in un blog. D’ora innanzi questo diventerà “il suo vestito da pordenonelegge”. Ma oltre ad aver colto nel segno col colore, bellissimo era anche il giacchino di pelle nero tutto traforato che si sarebbe messa più tardi quella sera, anche se in questo scatto lo si scorge appena dentro la borsa in pelle chiara.

pordenoneveste
Uno scatto lo meritava anche il modo in cui questa signora bionda aveva abbinato collana, camicia ed occhiale: un look davvero da pordenonese amante della lettura e del teatro.

pordenoneveste
Troppo di fretta andava invece questa Lady Jumpsuit per capire se effettivamente quella indossata fosse una jumpsuit o un due pezzi. Sta di fatto che non vi è niente in questo look che non mi piaccia: dalla fantasia geometrica della “tuta” alla borsa e alle spuntate che veste ai piedi.

pordenoneveste
Parlando di abbinamenti che sono assolutamente nelle mie corde, merita essere citata la naturalezza con cui costei sceglie una gonna a fantasia su bianca per interrompere canotta e décolleté nere.

pordenoneveste
E che dire invece di questo vestito che al blu della notte mescola sprazzi di rosa, lilla, azzurro e quella punta di giallo che tanto ci siamo abituati a vedere in questi giorni?
Abbinamento deliziosamente ben riuscito, pochette compresa. Che libro le vedrei in mano? Beh, ovviamente il Piccolo Principe, affinché la fantasia del suo vestito prosegua con i cieli stellati descritti da Antoine de Saint-Exupéry.

Chiara Orlando

Giuseppe Dal Bianco: prosegue “Perpetuo vagare”

Giuseppe Dal Bianco

È lo spazio Euroom di Fiume Veneto ad ospitare sino al 4 ottobre l’esposizione “Perpetuo vagare” dell’artista Giuseppe Dal Bianco. Il suo è un cognome che si divide tra musica e arte.
Alla domanda se egli si senta più musicista o musicista-artista, Giuseppe Dal Bianco dice di sentirsi più musicista-artista solo perché della musica non riuscirebbe a fare meno.

Giuseppe Dal Bianco

L’artista spiega la tecnica con cui sono realizzate le sue opere al pubblico presente all’inaugurazione

E nelle opere esposte questa musicalità si avverte celata dietro le superfici appena accennate dei suoi bassorilievi.
Diverse le sensazioni che queste opere suscitano negli spettatori: a tanti è sembrato che dietro alla purezza delle tavole echeggino atmosfere lontane, le stesse a cui ci riportano i suoni degli strumenti etnici rari che lui si pregia di suonare.
Tutto nelle opere di Giuseppe Dal Bianco è rigore e misura, lo è sempre stato.

Giuseppe dal Bianco

Il giardino interno dello spazio Euroom dove era previsto il concerto di Dal Bianco e Laudanna, poi rinviato causa maltempo.

Chi si aspetta di trovare il colore in questa mostra, rimarrà deluso, visto che lo stesso autore dice di non “sentire” il colore. Ma la delusione durerà poco, visto che l’occhio verrà catturato dalla tinta di unico colore in grado di rifrangerne molti altri. È un bianco uovo, un colore che ci riporta ad epoche lontane e che qui, nell’opera di Dal Bianco, si accende di mille tonalità.

Guseppe Dal Bianco
L’ultima serie di opere di Giuseppe Dal Bianco è nata in modo curioso: è stata la commissione di una medaglia commemorativa a farlo affacciare a questa nuova dimensione artistica. Mai sino ad allora, si era occupato di rilievi. Da qui la decisione di abbandonare completamente il colore, per far sì che fosse proprio solo il chiaroscuro a dominare la forma.
Ed il formato lungo e stretto delle opere esposte da Euroom riesce ancora di più ad accentuarne i delicati chiaroscuri.

Giuseppe Dal BIanco

Giuseppe Dal Bianco e il Maestro Giuseppe Laudanna controllano gli strumenti etnici prima della loro breve performance per il pubblico presente, sostituita al concerto previsto.

Durante l’inaugurazione il Maestro Dal Bianco, accompagnato dal Maestro Giuseppe Laudanna, ha fornito un assaggio della sua competenza musicale suonando degli strumenti etnici rari.
Un evento molto apprezzato dal numeroso pubblico.
L’esposizione di Giuseppe Dal Bianco presso Euroom prosegue sino al 4 ottobre su appuntamento. Non mancate.

Euroom, Euro Rotelli
Viale della Repubblica, 63
33080 Fiume Veneto (PN) Italy
0039 0434 561978
0039 339 7824774

info@eurorotelli.com

Le aporie del cinema italiano: Otto e mezzo o Europa 51?

Non posso negare l’influenza e il ruolo che hanno svolto nella mia formazione di appassionato di cinema i registi italiani. Anche se il mio rapporto con la tradizione culturale italiana è controverso e spesso conflittuale, spingendomi spesso a interessarmi della letteratura e dell’arte straniera, è innegabile ricordare il valore artistico della cinematografia italiana, a partire dal neorealismo che ha formato tutti i nostri più grandi registi. Registi che troppo spesso forse sono caduti nella maniera e nell’estetismo, in una ricerca stilistica di grande raffinatezza, ma a volte auto-referenziale: un rischio che Fellini, Antonioni, anche Pasolini, hanno attraversato. Non è il caso di Rossellini che non considerava il cinema come un’arte, ma prima di tutto come un’esperienza morale, come una forma di educazione civile del pubblico.

europe 51

Locandina del film Europe 51

Del suo cinema didattico, che ha trovato infine il suo superamento nella televisione, Europa 51 costituisce una messa in discussione potente e radicale, dal momento che il personaggio tratteggiato nel suo film, Irene-Ingrid Bergman, sfugge a qualsiasi categoria, ad ogni ideologia, cattolica o comunista, emergendo nella sua follia o santità come un scandalo assoluto.

Al di là della sua motivazione troppo teorematica, che si ritrova peraltro, paradossalmente, anche in Otto e mezzo (nulla di più programmatico di un film su un regista in crisi che deve girare un film), Europa 51 vive grazie al potere dello sguardo che il cinema di Rossellini ha saputo lanciare sul mondo e sulla realtà storica. Irene è uno sguardo, la sua funzione si riduce al sua essere veggente in un mondo in cui tutti cercano, ciecamente o coscientemente, di agire, di modificare la realtà, di produrre sogni, ideologia, benessere.

Rossellini (come faranno poi anche Pasolini e Antonioni) ha ridotto la deambulazione neorealista, il movimento del personaggio nel suo ambiente, all’atto del guardare, dell’osservare, a un occhio-macchina da presa, che deve cancellarsi in favore di ciò che registra sul piano dei sentimenti e degli affetti. Nessun regista ha saputo filmare meglio l’alienazione del lavoro di fabbrica, alla catena di montaggio, di Rossellini nell’episodio in cui Irene, la moglie agiata di un industriale, vive la condizione operaia rimanendone schiacciata, nella misura in cui il suo sguardo non è più capace di reggere il confronto, di guardare l’ossessiva accelerazione dei meccanismi di produzione industriale, sottolineati da un montaggio sempre più veloce (e in cui il montaggio cinematografico svela la sua segreta affinità con la catena di montaggio).

europe 51

All’altro polo, al di là dell’orrore di una realtà storica ed esistenziale, spesso insostenibile per lo sguardo umano, si colloca il sogno, ovvero Fellini e Otto e mezzo. In entrambi i film, apparentemente così distanti, sono presenti dei numeri, delle cifre: se Rossellini (e non è la prima né l’ultima volta: Germania anno zero, Roma città aperta, Anno uno) sceglie di dirigere la sua attenzione su uno spazio geopolitico (l’Europa) e un anno cruciale, fedele alla sua volontà di cogliere in situazione l’uomo nel suo ambiente storico e sociale, Fellini ripiega sul numero delle sue regie, sulla complessità dell’autobiografia, nella convinzione che dentro la mente e l’anima di un uomo si possa ritrovare in fondo tutto un mondo. E se a proposito di Rossellini ho evocato il termine sguardo, Otto e mezzo di Fellini si presenta come una visione di quasi due ore e mezzo, uno dei più magistrali e potenti tour de force dell’immaginazione creativa del suo autore, tale da far impallidire registi visionari come Kusturica o Greenaway.

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Locandina di Otto e mezzo di Federico Fellini

In un film sulla crisi di un regista, in riposo in una stazione termale, l’immaginazione è costantemente al lavoro: una fantasia slabbrata, onnipotente e ludica, dai confini sfumati, che mescola ricordi d’infanzia e visioni, sogni e autobiografia, e che è colta nel suo farsi e disfarsi, nel suo continuo procedere in avanti.

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Fino ad approdare all’ultima sequenza, la parata circense di tutti i personaggi sulle note di Nino Rota, un girotondo che sembra costituire quasi un pendant giocoso (ma altrettanto amaro) della danza macabra, una successione di figurine e silhouette da lanterna magica, con cui si chiude Il settimo sigillo. Con Bergman, come con Fellini, il cinema riscopre la sua natura magica, arcaica, illusionistica, la sua archeologia: una lanterna magica, un divertimento da fiera, che affascina gli occhi di un bambino.

Michele Bertolini

Gianni Borta: la natura selvaggia apre a Udine

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Sarà la Chiesa di San Francesco a Udine ad ospitare la prima antologica di Gianni Borta.
La città di Udine rende omaggio al suo artista più devoto con l’esposizione “La natura selvaggia di Gianni Borta”. Il Maestro, da sempre fedele alle sue origini, si pregia di aver fatto conoscere la nostra terra in Paesi lontani: Argentina, Australia, Stati Uniti, solo per citarne alcuni.
Il capoluogo friulano ora celebra il Maestro del “rosso Borta” in una mostra in cui scenografia ed opera pittorica diventeranno una cosa unica.

Gianni Borta

La Chiesa di San Francesco dove verrà allestita l’esposizione “La natura selvaggia di Gianni Borta”

Ma la novità di questa mostra sta nel fatto che non ci saranno solo le opere dalle tinte vivaci conosciute al grande pubblico, ma verranno esposte anche alcune opere del primo periodo. Oltre alle tele dai colori vivaci si potranno dunque ammirare le opere dai colori della campagna del suo primo periodo pittorico.

Gianni Borta

Il suggestivo allestimento all’interno della Chiesa di San Francesco in Udine

A rendere ancora più suggestiva questa esposizione sarà un vero e proprio giardino ricreato all’interno della Chiesa di San Francesco, con cui si vuole evidenziare il legame dell’artista friulano con la natura.

gianni borta
Appuntamento da non perdere dunque, quello di venerdì 25 settembre alle 18.00 per l’inaugurazione di questa prestigiosa esposizione.

Chiara Orlando

La natura selvaggia di Gianni Borta
Udine, Chiesa di San Francesco

25 settembre-8 novembre 2015
mer-gio-ven: 16.30-19.30
sa-dom: 10.30-12.30/ 16.30-19.30
per visita guidata: 3385879953

inaugurazione venerdì 25 settembre ore 18.30
informazioni e prenotazioni: comune di udine www.udinecultura.it

Viva la sposa: una patina grigia su Roma

Il protagonista di Viva la sposa si guadagna da vivere organizzando spettacoli di compleanno per bambini. La sua è una vita precaria, fatta di corse in furgone e pomeriggi passati al bar davanti alla bottiglia.
Pur vivendo una condizione di assoluto disagio, è di animo buono e in lui non mancano i valori e i sani principi. Valori e principi che invece vengono meno nelle persone che incontrerà lungo gli 85 minuti di film.

viva la sposa
La sua storia si mescolerà con quella di chi si guadagna da vivere truffando le assicurazioni, di chi si prostituisce ed è madre di Salvatore (che forse è suo figlio), di chi fa il carrozziere ed offre alloggio agli immigrati, di chi vorrebbe andarsene a vivere in Spagna con l’amica, ma che alla fine rimane a Roma.
Nel film di Celestini ci sono tutti gli ingredienti per raccontare una periferia romana in perenne lotta per la sopravvivenza.
Anche se l’impegno del regista è quello di raccontare la realtà di quanto accade lontano da Via Veneto e dal centro città dei privilegiati, la quantità di bruttezza riesce a stancare.

E non solo per via delle truffe, degli alloggi disastrati e dei personaggi che ci vivono dentro che non vorremmo mai incontrare, ma soprattutto perché ciò viene raccontato con una patina grigiastra capace di rovinare anche le scene in cui sembrerebbe esserci spazio (forse) per un cambiamento positivo.

viva la sposa
A differenza del film Blanka, presentato in concorso per Orizzonti, il film dell’autore romano non è capace di raccontare in modo brillante un contesto socio-economico difficile, ma ne appesantisce la visione.

viva la sposa
Anche nel film Blanka è la tragica vita della periferia ad essere protagonista, ma aldilà del contenuto difficile del film, il modo in cui se ne parla è diverso e riesce ad appassionare il pubblico.
Anche i protagonisti di Blanka vivono nella povertà, nell’abbandono e vivono di espedienti, ma a fine proiezione lo spettatore riesce ad emozionarsi.
Nel film Viva la sposa, non c’è né immedesimarsi né emozione.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

http://fondazionegiovannisantinonlus.com/

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