Interviste

Maurizio Polese si racconta a Chiara’s room

Polese fa cose. Ne fa tante. E le fa bene.
Quando ho visto per la prima volta i suoi lavori ho pensato a Maurizio Polese come ad un Jan Vermeer moderno o ad un discepolo di Leonardo. Egli fa così tante cose che risulta difficile collocarlo.

Sfuggente e nostalgico, Polese ha l’aria di chi si sente sempre fuori posto. In realtà, quelli fuori posto però siamo noi.
Polese è un creativo di quelli con la “C” maiuscola: è fotografo – anche se non ama vestire questi panni – è designer ed è un esperto di post-produzione.
Dopo anni di post-produzione e di correzione di fotografie digitali avverte il bisogno di ritornare alle basi della fotografia: si costruisce una macchina (un vero gioiellino) con cui ritorna alla pellicola.
Maurizio Polese è il pittore della fotografia: il dettaglio è la sua ossessione, il colore la sua arma per ipnotizzare l’osservatore. Guardando le sue fotografie ci si confonde: foto o dipinto?
E, in effetti, lui gioca su questo, amplificando tutto con il suo humour.
Chiara’s room ha avuto il piacere di intervistarlo per i lettori del blog.

“Il nipote russo” © Maurizio Polese

Chiara’s room: Maurizio, una delle tue foto che amo di più è senza dubbio quella del nipote russo: ci racconti come è nata l’idea per questo scatto?

Maurizio Polese: Per caso. Avevo da pochi giorni un flash a batteria e volevo provarlo all’esterno, in posti difficili, così da non improvvisare quando mi sarebbe servito per davvero. Ho chiesto a mio nipote di prestarsi al test in una palude qui vicino, gli ho detto di mettere una giacca vecchia brutta e si è presentato anche con quel cappello. Era perfetto, come i ragazzetti dei film di Spielberg.

© Maurizio Polese

Chiara’s room: In “La Ragazza con il raffreddore” la luce e i colori sono così “poco fotografici” da farci pensare alla pastosità dei colori ad olio: è un effetto voluto, oppure si è trattato di una naturale evoluzione dello scatto?

“La ragazza con il raffreddore” © Maurizio Polese

 

© Maurizio Polese

Maurizio Polese: Mi erano sempre piaciuti i ritratti dal rinascimento in poi, ma non li avevo approfonditi fino a qualche tempo fa. Un po’ per volta ho messo insieme il metodo per arrivarci con le foto, che è un insieme di espedienti. Ho provato per anni macchine fotografiche a pellicola di ogni genere, obiettivi scadenti, filtri, gelatina e plastiche davanti l’obiettivo, ma la singola tecnica non funziona. Alla fine ci sono riuscito in digitale. Ma c’è meno post produzione di quello che si può pensare.

© Maurizio Polese

 

© Maurizio Polese

Chiara’s room: Il tuo approccio al progetto è sempre lo stesso sia che tu faccia foto, costruisca un oggetto di design oppure che ti dedichi ad altro?

Maurizio Polese: No, ogni volta è diverso. A volte ho l’urgenza di creare qualcosa intuitivamente, altre volte ci ragiono e la lascio sedimentare anni. Ad esempio, c’è una foto corale che voglio fare da più di dieci anni.

Chiara’s room: Pensi ci sia un denominatore comune nei tuoi diversi progetti?

Maurizio Polese: Credo ce ne sia più di uno. Invidio chi riesce a portare avanti uno stile riconoscibile per anni, io mi sento molto disordinato.

© Maurizio Polese

 

© Maurizio Polese

Chiara’s room: Cos’è che ami di più di ciò che fai: creare o risolvere in termini pratici ciò che hai immaginato?
Maurizio Polese: Entrambe le cose hanno bisogno di pensare e operare, per questo mi piacciono.

Chiara’s room: Ti senti maggiormente a tuo agio quando ti vengono date delle linee guida da seguire oppure quando hai massima libertà progettuale?

Maurizio Polese: Meglio gli estremi, detesto i compromessi. Un lavoro con linee guida precise è facile e sicuro. Altrimenti preferisco essere completamente libero di studiare l’argomento e svolgerlo. Spesso lavoro in due, con qualcuno che ha competenze complementari alle mie. Ma detesto le intromissioni del committente, in questo caso non sento più il lavoro come mio e difficilmente lo mostro. E pensandoci, sono solo una piccola parte i lavori commissionati che mostro a tutti.
Parafrasando Montanelli, in un lavoro creativo la democrazia è il trionfo della mediocrità.

© Maurizio Polese

Chiara’s room: Sei un ambasciatore del no logo: cosa ti senti di dire a chi dei loghi non riesce a fare a meno?
Maurizio Polese: Mi sono un po’ ammorbidito, diciamo del Poco-Logo. Ormai tutti gli oggetti hanno un logo, e non metterlo è svantaggioso. Ma dovrebbe essere evidente solo a chi lo cerca. Ogni volta che scegliamo un brand ci leghiamo alla sua storia e la facciamo nostra, e ogni cosa che usiamo un po’ ci cambia. Ma se il logo è appariscente, palese, ostentato allora diventa rumore visuale e ricoprirsi di loghi mi sembra il modo di affermare una personalità vuota che ha bisogno di essere definita cercando l’appartenenza a storia e idee di altri.

Chiara’s room: Di cos’è che vai più fiero? Della macchina fotografica che ti sei costruito oppure di come è nato il marchio Victor Delamont?

Maurizio Polese: Sono cose che ho fatto, ma sono passate.

© Maurizio Polese

Chiara’s room: Qual’è il progetto a cui ti stai dedicando che ti sta dando più soddisfazione?
Maurizio Polese: Due cose non ricordo: l’ultima volta che mi sono annoiato e l’ultima volta che sono stato soddisfatto. La cosa più vicina alla soddisfazione ce l’ho quando imparo qualcosa di nuovo. Al momento sto studiando il colore.

© Maurizio Polese

Chiara’s room: L’ispirazione ti raggiunge ovunque, oppure hai un luogo/momento magico dove ciò è più facile che avvenga?
Maurizio Polese: L’ispirazione come intuito senza pensiero arriva quando sono tranquillo e rilassato, come posso essere quando riposo, nei momenti di veglia. A volte mi alzo per prendere appunti. Ma molti altri lavori sono ricerca e rielaborazione. Purtroppo ho capito di essere serotino, il mio cronotipo mi fa funzionare bene la sera, fino notte. Purtroppo la gran parte delle altre persone non lo è, e non capisce il disagio che provo la mattina.

Chiara’s room: Fotografo, designer, esperto di post produzione, ma anche video maker. Il video “Potenti Mezzi Meccanici” ha per protagonista la Honda che ti sei “customizzato”: ci parli della sua genesi?
Maurizio Polese: Era il 2012. Avevo molti pensieri e tanto tempo libero; ho sistemato una vecchia e sgraziata Cx500; ho sempre avuto mezzi più o meno nuovi o restaurati e questa la volevo ferrosa. Uno dei primi oggetti imperfetti, credo. Era influenzato dallo spirito Wabi, l’accettazione dell’imperfezione e dell’impermanenza delle cose e volevo andare contro il perfezionismo di un oggetto industriale. Allo stesso tempo m’interessavo di cinema, della sua fotografia e del movimento. Nel video ho messo un po’ tutto questo.

Chiara’s room: In quali degli ambiti in cui lavori credi di avere maggiore talento?
Maurizio Polese: Credo di funzionare meglio con le immagini.

Chiara’s room: Lavori e vivi in Friuli: ciò è mai stato un ostacolo?
Maurizio Polese: Sì, decisamente. Vorrei poter dire che è solo un pregiudizio pessimistico, ma le persone a cui sono più vicino sono tutte lontane.

Chiara Orlando

Maurizio Polese: http://www.mauriziopolese.com

Alan Pasotti si racconta a Chiara’s room

Alan Pasotti ama in modo viscerale la scultura: la trova essenziale, pura, forte e dinamica. E ciò nelle sue fotografie balza agli occhi, così come traspare senza filtri la sua passione per questa professione dove egli dà tutto se stesso. Ho avuto il piacere di intervistarlo per comprendere meglio il modo in cui opera e per capire cosa significhi per lui la fotografia.

Chiara’s room: Non c’è corpo maschile in cui non si celi un pizzico di femminilità, né corpo femminile in cui non traspaia un aspetto maschile: anche tu vedi ciò nei modelli che posano per te? La mia sensazione è quella di veder vivere in loro questo continuo dualismo.

Alan Pasotti: Quando ho davanti una persona che vuole essere fotografata ci parlo molto prima, cerco di capire come vuole vedersi e cosa vuole trasmettere dalla fotografie. Spesso mi viene detto di fare da me, di scegliere per loro. Se questo avviene, assecondo ciò che vedo e man mano lavoro. Spesso si inizia con un progetto e si finisce con un altro completamente diverso. Gli scatti finali sono sempre i migliori. Porto le persone spesso allo sfinimento perché cerco di cogliere in loro quell’espressione naturale che sia gioia, dolore o sensualità che le contraddistingue.

Alan Pasotti

© Alan Pasotti

Chiara’s room: I corpi che fotografi sono scultorei e forti, ma se ingrandiamo quei centimetri di pelle che regali in modo così generoso, ci accorgiamo del pulsare delle loro emozioni, della fragilità delle vene in tensione, della fatica di un balzo o nel mantenere una posa. Sono questi i dialoghi che cerchi con l’osservatore delle tue opere?

Alan Pasotti: Sono sincero Chiara, non scatto fotografie per avere un tornaconto di accettazione o avere come dici tu un dialogo con l’osservatore. Non scatto per nessuno al di fuori della persona che è davanti a me in quel momento. Ogni volta che fotografo vivo emozioni e sensazioni diverse. In ogni opera c’è un po’ di me. Vivo la fotografia artistica come estensione del mio essere umano. La fotografia commerciale invece, quella no, quella è puramente studiata a tavolino e creata ad hoc, anche se c’è sempre un pezzo di Alan (interiore) anche quel caso.

Alan Pasotti

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Guardando le tue foto in bianco e nero non si può non pensare all’uso plastico che fai della luce: le tue fotografie si trasformano in sculture. Il torso segnato del coreografo sarebbe stato materia di prim’ordine per un giovane Michelangelo, mentre il drappo che ne nasconde le nudità puro divertimento per l’esperto Rodin. Che rapporto hai con la scultura: la ami, la detesti o ti è indifferente?

Alan Pasotti: AMO in modo viscerale la scultura. La trovo così essenziale, pura, forte, dinamica. L’opera che ammiro di più è il Laocoonte. Un uomo che lotta contro i serpenti per salvare la vita dei figli. Anche solo a parlarne mi emoziono. Quello è un perfetto esempio di cos’è per me la fotografia: EMOZIONE.

Alan Pasotti

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Uno degli aspetti che amo di più della tua opera fotografica è il modo in cui alterni corpi mobili ad altri quasi imprigionati nella loro immobilità. Dal balzo, in cui è richiesta l’azione di ogni singolo muscolo del ballerino, si passa poi alla proiezione dei dorsali immobili: c’è una spiegazione dietro questi tuoi scatti o sono io a vedere “oltre le cose”?

Alan Pasotti: Come ti dicevo prima, ogni creazione è a sé stante… non sono collegate fra di loro. Se il modello (o chi per esso) mi dà carta bianca io disegno la fotografia come se si trattasse di una tela pittorica. Sono processi che si legano l’uno all’altro dalla prima fotografia all’ultima. È come se nei pochi metri che mi separano da chi posa ci fosse un’energia e mi permette di vedere la fotografia prima di farla.

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Quanta preparazione c’è dietro uno scatto come quello dei tre ballerini “sospesi in aria”?

Alan Pasotti: Molta. Quell’idea era già nella mia mente da qualche anno. Avevo bisogno del modello giusto e Giovanni è stato al gioco. Nella mia testa era ben impresso il risultato finale, bisognava solo metterlo in pratica prevedendo il salto per studiare la luce e modificandolo per avere tre diverse figure. In sostanza dovevo dirigere Giovanni affinché si muovesse nel punto esatto. Anche quando si improvvisa si è già lavorato molto tempo prima.

Alan Pasotti

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Cos’è che ami di più, la produzione o la post produzione?

Alan Pasotti: Senza ombra di dubbio la produzione. Nella mia testa lavoro ancora in analogico, cerco di ottenere la foto perfetta già in produzione. Tuttavia, la post produzione oggi è molto divertente e spesso ti dà la possibilità di creare opere davvero singolari.

© Alan Pasotti

Chiara’s room: A quanti anni hai fatto il tuo primo scatto fotografico e con che macchina?

Alan Pasotti: La prima vera fotografia – non ricordo l’anno – la scattai con una FUJI. Ti parlo del 1985-1986 credo.

Chiara’s room: So che non bisognerebbe mai fare questa domanda a chi fa il tuo mestiere, ma se dovessi citare un fotografo che ha lasciato il segno in ciò che fai, chi sarebbe?

Alan Pasotti: Henry Cartier-Bresson. La sua fotografia è eterna. Il suo occhio era ARTE.

Alan Pasotti

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Quanto è importante per te osservare prima di scattare?

Alan Pasotti: Fondamentale. Non puoi fare fotografia se non sai osservare. Se ti sfuggono i particolari o se proprio non li vedi… stai sbagliando lavoro.

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Vivace è il tuo uso dell’ombra, così come quello del colore: una nota che – quando c’è – sovrasta tutto. Come riesci ad essere così pertinente nell’utilizzarle entrambe? Ciò ti riesce facile o complesso?

Alan Pasotti: Stiamo parlando di fotografia – passami il termine – d’autore. Nasco dal Liceo Artistico, dove creare le proprie visioni era il compito quotidiano. La fotografia è fatta di luce: dosare la luce ed usarla in una determinata quantità, in quel preciso punto e modo fanno parte dell’atto creativo. Non è né facile, né complesso. Viene da sé… ed è bellissimo.

Alan Pasotti

©Alan Pasotti

Chiara’s room: Come fai a definire il momento in cui è bene fermarsi e non andare oltre?

Alan Pasotti: Quando sono stanco e mi sento vuoto dentro. È una violenza scattare fotografie artistiche controvoglia.

Chiara’s room: Guardando i tuoi lavori la sensazione che si ha è che ciò che fai sia molto personale– anche quando ti è commissionato. È solo una mia sensazione?

Alan Pasotti: Sai Chiara, io questo lavoro lo faccio con molto amore: è tutto ciò che ho. È la parte di me che in pochi hanno avuto la fortuna o sfortuna di incontrare. C’è chi l’ha accettato ed è rimasto e chi invece ha avuto paura e se ne è andato. In ogni fotografia, c’è un pezzo di Alan. Le migliori fotografie le ho fatte quando ero o triste o al settimo cielo. Quando ero emotivamente fragile. Tutta la forza viene canalizzata nelle mie fotografie che è anche il mio modo di amare.

Alan Pasotti

©Alan Pasotti

Chiara’s room: Qual’è lo scatto che senti più tuo tra questi?

Alan Pasotti: Bella domanda. Sono tutte fotografie che rappresentano un lato di me, ma se devo scegliere ti dico quella dei rami secchi. Chiunque la veda ci vede la solitudine, io no… io ci vedo tutta la vita del mondo.

Chiara Orlando

 

Alan Pasotti fotografo: http://www.alanpasotti.com/

Riccardo Vendrame: i vigneti ci daranno ragione

Riccardo Vendrame mi aspetta davanti al locale dove ci siamo dati appuntamento per l’intervista: veste una polo verde, un pantalone blu e ha un casco in mano. Una lambretta parcheggiata qualche metro più in là lo proietta istantaneamente in un’altra era.
Vedrame, sebbene di aerei ne prenda parecchi, è più una figura senza tempo, un “dandy” catapultato tra cantine, vigneti e hall di aeroporti.

A sx, Riccardo Vendrame, photo credits ©Sandy Lam Photography 2012

Il fatto che ordini una cedrata mi toglie quel senso d’ansia che uno ha di fronte a chi di vino ne sa parecchio.
“Io non so nulla di vino”– precisa sorridendo sotto i baffi che lo fanno sembrare al poliziotto della serie Narcos.
La sua affermazione è spiazzante, non te l’aspetti da uno che del vino ha fatto il suo mestiere, ma ancora meno ti aspetti quello che racconterà di lì a poco.

Pomerol, Francia ©Riccardo Vendrame

Riccardo-Vendrame

Danimarca, ©Riccardo Vendrame

Ho sempre avuto l’idea (sbagliata) che chi lavora in quel mondo viva solo il bello e il buono di quell’ambiente e che di fatica non ne faccia.
Riccardo Vedrame mi fa capire che il clima che regna nei meeting e nelle cene di lavoro non è esattamente come me l’ero immaginato.

Riccardo-Vendrame

Val di Cembra, ©Riccardo Vendrame

Riccardo-Vendrame

Valpolicella,©Riccardo Vendrame

Niente atmosfere leggere e spensierate, lunghi sorseggi, inviti a chiacchierare: lavorare nel settore del vino significa sfoderare un’ascia ben appuntita con cui fronteggiare battaglie infinite sul prezzo.
L’idea alquanto fantasiosa che nutrivo del mondo del vino e del Prosecco si perde, parola, dopo parola, nel misero perlage della bolla che comunque mi ordino.

Riccardo-Vendrame

©Riccardo Vendrame

Ed è allora che la discussione si fa più interessante. La visione di Riccardo Vendrame su ciò che sta accadendo è precisa e nitida. Di dubbio ne ha solo uno: il metodo di fare le cose.
“Noi italiani ci siamo messi a fare senza una programmazione precisa, senza un piano a lungo termine. Continuiamo a fare gli stessi errori. Ed è la cosa che ci riesce meglio.”
Polemico o realista?
I cugini d’Oltralpe sono e saranno sempre un punto di riferimento, così come lo sono i tronchi nodosi e rosicchiati dalle intemperie dei loro vitigni pregiati.

RIccardo-Vendrame

Alsazia, ©Riccardo Vendrame

Bruxelles, © Riccardo Vendrame

Non posso che annuire a Vendrame, visto che salta agli occhi quanto il “fenomeno” non possa durare in eterno. E che soprattutto non andrebbe “sfruttato” come lo si sta facendo ora.

Riccardo Vendrame

Grappolo di Sangiovese, © Riccardo Vendrame

Riccardo Vendrame

Trento, © Riccardo Vendrame

Mentre Riccardo Vendrame parla, visualizzo la sua galleria di Instagram: i vigneti, i centri storici delle capitali europee, le Alpi. Il suo ennesimo statement mi riporta alla cruda realtà: Instagram scompare, così come la mia bolla.
Il tempo e i vigneti ci daranno ragione.

Chiara Orlando

Riccardo Vendrame Instagram account