Martin Eden, la mia recensione del film

Martin Eden sta facendo incetta di premi un po’ ovunque: è valso la Coppa Volpi a Luca Marinelli alla 76ma edizione del Festival di Venezia e anche al Toronto Film Festival è piaciuto. La pellicola di Pietro Marcello si è aggiudicata in Canada il Platform Prize, un riconoscimento prestigioso che premia il cinema d’autore.

MARTIN EDEN – Carlo Cecchi e Luca Marinelli in una scena del film presentato a Venezia 76

Io personalmente l’ho trovato un buon film, ma da qui a definirlo un capolavoro, la strada è lunga.
La politica, i sentimenti, l’amore per la filosofia e la cultura sono il filo conduttore di questa libera, forse troppo libera reinterpretazione del Martin Eden romanzo.

Una scena di Martin Eden con Luca Marinelli

Il Martin Eden interpretato da Luca Marinelli ci accompagna in una Napoli povera e culturalmente arretrata da cui egli cerca disperatamente di fuggire. Egli riuscirà nell’intento, anche se con difficoltà.
Difficile sposare in toto la scelta del regista di raccontare il Novecento usando ambientazioni e personaggi ben più recenti. Stessa cosa vale per le musiche e per abiti ed oggetti che sappiamo essere di epoche più vicine a noi.

MARTIN EDEN – Luca Marinelli in una scena del film di Marcello.

Forse l’intento del regista era quello di dirci che le cose che vediamo stanno capitando ancora qui ora, ma si poteva forse trovare una formula un po’ più efficace.
In quanto a Marinelli: certo egli è un abile Martin Eden, ma il talento di Joaquin Phoenix e Adrian Driver sono tutt’altra cosa.

Chiara Orlando

Storia di un matrimonio, la recensione del film

Chi ama davvero il cinema non potrà che amare alla follia Storia di un matrimonio.
Storia di un matrimonio (titolo originale Marriage Story) è il film perfetto, quello in cui tutto fila alla perfezione: dalla regia alla recitazione, dai dialoghi alla fotografia. Noah Baumach realizza un delizioso capolavoro cinematografico e man mano che i minuti passano lo spettatore ne rimane conquistato.

Storia di un matrimonio: Scarlett Johansson e Adam Driver

La storia è quella di Charlie (Adam Driver) e Nicole (Scarlett Johansson) che si trovano a dover fare i conti con un matrimonio che non funziona più e a decidersi quindi di divorziare. Nulla di nuovo quindi sotto il sole, se non fosse per il modo in cui questa “separazione” viene raccontata.
Uno script che ricorda le migliori pellicole di Woody Allen e un Adam Driver a dir poco straordinario proiettano questo film al primo posto della top five delle opere cinematografiche viste alla Mostra del Cinema di Venezia.

Storia di un matrimonio: Laura Dern e Scarlett Johansson in una scena del film

Charlie, uomo mite e pacifico, si trova ad affrontare incredulo e spaventato ciò che gli accade. Il suo dolore è palpabile, così come lo è la sua necessità di vedere il più possibile il figlio e di garantirgli una vita serena.

Il trailer del film di Noah Baumach

Ma in Marriage Story non è solo Driver a brillare: Scarlett Johansson conferma la sua duttilità e statura di attrice prendendosi cura di raccontare i desideri e le frustrazioni di Nicole, e Laura Dern, nella parte dell’avvocato di Nicole, ci regala minuti davvero gustosi di cinema.

Una scena di Marriage Story, “Storia di un matrimonio”

Coinvolgente, brillante, triste e divertente, Storia di un matrimonio è un film in cui ci riconosceremo tutti. Anzi, visto il realismo della storia, avremo l’impressione che il regista e il cast si siano ispirati alle nostre vicende personali.

Chiara Orlando

Joker, la recensione del film vincitore a Venezia 76

Joker non ha vinto a Venezia 76. Ha stravinto.
Il Joker di Todd Phillips ha cambiato le regole del gioco (o le ha cambiate la giuria di Barbera?): è il primo cinecomic a portarsi a casa l’ambita statuetta.
Che stessimo per assistere a qualcosa di straordinario l’avevamo capito già dai primi frammenti del film: Joaquin Phoenix, sensibilmente dimagrito per questo ruolo, è così abile a farci avvertire il suo disagio che non riusciamo a togliergli gli occhi di dosso. Il suo corpo si contrae così come fa il suo sorriso che sfocia in una risata inquietante.
Introverso, solitario e affetto da disturbi mentali, Arthur Flecker vive una vita misera con la madre anch’essa malata.

Joaquin Phoenix (Joker). Photo credits: Nico Tavernise

Il suo sogno è quello di fare Stand Up comedy, ambizione che viene incoraggiata da pochi. Egli viene deriso e ferito da tutti, finché un giorno, stanco e provato da ciò che gli accade, si ribella.
D’altra parte il crollo di quelle che erano le sue uniche certezze, soprattutto quelle legate alla sua infanzia, lo destabilizzano a tal punto da trasformarlo in un individuo tanto violento quanto “libero” (Joker).
Per la prima volta in vita sua non è considerato un “signor nessuno”, ma un eroe.

Joaquin Phoenix (Joker). Photo credits: Nico Tavernise

La cinepresa di Todd Phillips lo insegue per Gotham City, una città desolata ed abbandonata ormai a sé stessa. Le inquadrature amplificano il senso di claustrofobia sia nelle riprese all’esterno che negli ambienti interni.


Ma a tifare per Arthur Flecker – Joker ci pensa lo spettatore, che prende sin da subito le sue difese. Il passato è un fardello pesante a cui nessuno può sfuggire.

Joaquin Phoenix (Joker). Photo credits: Nico Tavernise

Joaquin Phoenix si conferma attore straordinario e dal talento smisurato. E se alla fine non è stato lui ad alzare la Coppa Volpi, non ci sono dubbi sul fatto che sia lui ad assicurarsi i bagliori della statuetta più famosa del mondo.

Chiara Orlando

Mio fratello rincorre i dinosauri, recensione del film

Tratto dall’omonimo libro di Giacomo Mazzariol, Mio fratello rincorre i dinosauri è ora nelle sale, dopo aver incassato gli applausi di un pubblico molto commosso a Venezia 76.

Una scena di Mio Fratello rincorre i dinosauri

A differenza di ciò che si può pensare, girare un film di questo genere non dev’essere stata cosa facile: il rischio di trattare con leggerezza o in modo oppressivo una tematica complessa come quella della diversità, era una possibilità non così remota.
Stefano Cipani tuttavia non sbaglia: egli, alla sua opera prima, alterna momenti di freschezza e commozione a attimi in cui invita lo spettatore a riflettere. Sin dalle prime scene di questo suo primo lungometraggio, è facile comprendere quando egli sia dotato di una sensibilità e di un’attenzione non comune.

Lorenzo Sisto (Gio) e Francesco Gheghi (Jack)
Francesco Gheghi e Rossy De Palma in una scena del film

Il resto del grosso lavoro lo fa un cast in cui si avverte grande sintonia e complicità: attori maturi come Alessandro Gassman, Isabella Ragonese e Rossy De Palma “tendono la mano” ad un cast di giovanissimi per nulla spaventati dal compito delicato a cui sono stati assegnati: quello di raccontare una vicenda in cui si mescolano famiglia, amicizie, adolescenza ed ovviamente il rapporto con chi è speciale.

Una clip di Mio Fratello rincorre i dinosauri

Alla conferenza stampa di Mio fratello rincorre i dinosauri è stato detto che questo film piacerà non solo alle famiglie, ma anche agli adolescenti. Io credo che a vederlo sarà un pubblico quanto più eterogeneo. Il motivo è molto semplice: la storia è così vibrante e vera che una volta finito il film, ringraziamo il regista per un regalo sincero e pulito come questo.

Il trailer di Mio fratello rincorre i dinosauri

Francesco Gheghi (nei panni di Jack), Roberto Nocchi, Edoardo Pagliai, Saul Nanni e Arianna Becheroni sono gli amici che tutti abbiamo avuto da ragazzini.
In quanto al piccolo e straordinario Lorenzo Sisto (Gio nella pellicola), la sua spontaneità e gestualità sono stati come vedere un grande arcobaleno dopo decine di giorni di pioggia.

Chiara Orlando

Ad Astra, recensione del film

È un Brad Pitt (apparentemente) inscalfibile ed imperturbabile ad aprire Ad Astra, la nuova pellicola di James Gray presentata a Venezia 76 e di cui lo stesso Pitt è anche produttore. Roy McBride (Brad Pitt) è un astronauta che ha votato la sua vita al lavoro, così come fece il padre (anch’egli astronauta) e di cui da anni si sono perse le tracce.

Una scena di Ad Astra

Egli tuttavia è ancora nello spazio impegnato (o meglio ossessionato) nel ricercare nuove forme di vita a milioni di chilometri dalla terra, ma sempre più lontano dalla realtà e dagli stessi esseri umani.

Roy McBride (Brad Pitt) in una scena della pellicola


A Roy McBride viene chiesto di partire per l’ennesima missione: il pianeta terra è minacciato da continui sbalzi di energia che provocano catastrofi sempre più frequenti. Quando gli esperti captano un segnale dalla base operativa del padre di McBride (Tommy Lee Jones) capiscono che non solo possono esserci probabilità che egli sia vivo, ma che egli possa essere coinvolto negli sbalzi energetici.

Ad Astra, an epic journey


C’è tanta, troppa attenzione al dettaglio nelle scene girate nello spazio di Ad Astra, a discapito di un’attenzione al dialogo dei protagonisti del film. Certo, nulla si può dire della performance di Pitt che appare a suo agio anche in versione intimista e solitaria, ma non sfruttare il talento di cavalli di razza quali Donald Sutherland e Tommy Lee Jones è un vero peccato.

L’attore Brad Pitt nella pellicola di James Gray


Ad Astra non convince: sebbene sia dotato di ottima fotografia e una buona regia, è un altro film che non scava in profondità e tantomeno ci fa sognare.
Il finale pare essere stato costruito ad hoc per soddisfare il pubblico, cosa che piacerà a molti, ma che non è così apprezzato dai cinefili, avvezzi di colpi di scena e plot incalzanti.
Peccato!

Chiara Orlando

Venezia 76 inizia con La Vérité

Venezia 76: tutti sull’attenti per quello che si preannuncia, almeno da programma, un festival con pellicole di alto livello e la creme de la creme del jet set del cinema internazionale.
Peccato che alla conferenza stampa di apertura si sia ancora discusso della faccenda Polanski e poi della scarna rappresentanza di registe alla 76^ edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.
Lucido e diretto come sempre, Barbera ha ancora una volta ribadito quanto la scelta della programmazione dipenda dalla qualità delle pellicole ricevute e non debba dipendere dalle “quote rosa”. In quanto a Polanski, Barbera lo ha definito uno dei più grandi registi dei nostri tempi: è il lavoro di artista che va valutato, mentre alle altre questioni ci penseranno gli organi preposti.

La conferenza stampa di apertura del Festival di Venezia

Polemiche a parte, Venezia è partita con La Vérité, la pellicola di Kore-Eda Hirokazu che vede tra i protagonisti Catherine Deneuve, Juliette Binoche, Ethan Hawke e Clémentine Grenier che ci ha rifatto innamorare della Deneuve (nel film Fabienne) e a cui il regista giapponese ritaglia la parte perfetta.

Una scena di La Vérité con Catherine Deneuve, Juliette Binoche
Credits – L.Champoussin – 3B-Bunbuku-MiMovies-FR3)

La Deneuve è ancora più affascinante di come ce la ricordavamo (perché é ancora più vera) e quasi le si perdona questo suo voler essere sempre al centro del mondo: in fondo, si capisce che non è in grado di scindere il suo ruolo di attrice dalla vita privata e, involontariamente (o volontariamente), tutto passa – affetti compresi – in secondo piano.


LA VÉRITÉ – il cast del film (Credits – R.Kawauchi)

Ottima anche Juliette Binoche (nel film è Lumir, la figlia di Fabienne) che si ripresenta dalla madre con marito americano (Ethan Hawke) e la figlia al seguito a caccia di risposte e ricordi, della sua infanzia e del suo ruolo di figlia.
La Vérité è un film che ha i colori delle foglie autunnali dei giardini della campagna appena fuori la Ville Lumière e il profumo esclusivo dell’eau de cologne che ci sembra sentire ad ogni passo della Deneuve: prigioniera felice di una bellezza d’altri tempi a cui non manca lo humor pungente.
La Verité, Le Verità – titolo della pellicola in uscita per le sale italiane – è un film da non perdere.

Chiara Orlando

Le Giornate della Luce, il festival che fa sognare

Domenica si è chiusa la quinta edizione de Le Giornate della luce, il festival che omaggia gli autori della fotografia nel cinema.

Mi compiaccio che i premi siano andati a due pellicole molto ben fatte: La Paranza dei bambini per cui viene premiato l’autore della fotografia Daniele Ciprì e Capri-Revolution (premio a Michele D’Attanasio). La prima pellicola riceve il Quarzo di Spilimbergo Light Award e il Premio dei giovani, mentre a D’attanasio, autore della fotografia della pellicola del regista Martone, viene assegnato il Premio del pubblico.

Il trailer di La Paranza dei bambini
Il trailer di Capri-Revolution

Sebbene i due film premiati siano molto diversi da loro, il ruolo che ha la fotografia per entrambi è lo stesso, ovvero quello di leggere la realtà: sia che si tratti della quotidianità dei ragazzini napoletani che vivono in un ambiente privo di opportunità, se non quella della criminalità, e in cui abbiamo la sensazione di essere seduti sul sellino dei loro scooter nelle sparatorie, così come in Capri-Revolution, dove D’Attanasio fotografa la natura lasciando che sia lei stessa a parlare, senza filtri e orpelli. Anche in questo caso, siamo trasportati da questa luce così naturale che ci pare di camminare con la protagonista del film sul costone a strapiombo sul mare.

Il regista Gallese Peter Greenaway sul palco del Cinema Miotto
Momento fortunato: Il mio pass autografato da Peter Greenaway
Marta De Rosa (interprete), Il Maestro Peter Greenaway e Luca Pacilio, uno dei massimi esperti italiani del regista britannico.

Le Giornate della Luce 2019 ha visto un parterre di ospiti stellari che mai ci saremmo sognati di vedere a Spilimbergo.
Gloria De Antoni e Donato Guerra, organizzatori e curatori del festival, hanno permesso al pubblico di assistere ad una “lezione” del regista Peter Greenaway che conserveremo sempre nella nostra memoria. Visionario, eclettico, geniale e dotato di uno humor spiazzante, l’illustre regista britannico che si è trasferito a Rotterdam proprio per lavorare con i giovani più preparati nel campo della realtà virtuale e dell’animazione, ci ha incantato con la proiezione e il racconto de “L’Ultima Cena”, parlandoci anche degli altri ambiziosi progetti da lui curati.

L’Utima Cena di Leonardo Da Vinci, Peter Greenaway

Tra gli ospiti italiani presenti al Festival Le Giornate della Luce anche Pupi Avati, Valeria Ciangottini, Shel Shapiro, Enrico Vanzina.

Per una settimana, tutta la piccola e deliziosa cittadina di Spilimbergo si è trasformata in una meta da raggiungere per appassionati cinefili e curiosi. Tanti gli eventi e le mostre organizzate, le vetrine dei negozi che omaggiavano il cinema ed addirittura una cucina ispirata alle grandi pellicole servita in diversi locali e ristoranti di Spilimbergo.

Questa quinta edizione ci fa già sognare su quale sarà il programma dell’edizione 2020. Ma d’altronde, il cinema non serve proprio a questo?

Chiara Orlando