Le Giornate della Luce: partita la 4^ edizione

È una sala gremita di pubblico quella che ha accolto ieri i primi ospiti del festival Le Giornate Della Luce – omaggio ai direttori della fotografia del cinema italiano al Palazzo Tadea.
Ieri sera, è spettato proprio a Monica Guerritore e a Fabio Zamarion il compito di inaugurare la rassegna cinematografica spilimberghese giunta oramai alla 4^ edizione.

Intervistati da una brillante Laura Delli Colli, gli artisti hanno raccontato al pubblico diversi aneddoti sulle loro rispettive professioni. Attrice di cinema e teatro la prima e direttore di fotografia il secondo, entrambi conosciuti a livello internazionale, hanno messo in rilievo quanto la fotografia e la luce siano elementi fondamentali per la buona riuscita di una pellicola ed hanno anche raccontato quanto il mondo del cinema sia cambiato con l’avvento del digitale.

La serata di ieri, che ha visto poi anche l’inaugurazione della mostra Vaghe Stelle Le dive del cinema muto italiano – sempre nella splendida cornice del Palazzo Tadea, è stata un ottimo punto di partenza per i tanti appuntamenti in programma.


Il festival Le Giornate della Luce, di cui Gloria De Antoni e Donato Guerra sono i Direttori artistici, è senza dubbio una rassegna che vuole premiare una tradizione fotografica che ha sempre caratterizzato Spilimbergo e che vuole dare rilievo al nostro territorio grazie ad eventi, dibattiti, corsi e mostre grazie a questa iniziativa.

L’attrice Monica Guerritore fotografata con il Direttore tecnico del festival Claudio Tolomio.

Oggi verranno inaugurate le diverse mostre a Lestans di Sequals e Spilimbergo, nonché vari eventi, mentre questa sera sarà la volta di Hotel Gagarin. Il film di Simone Spada vede tra gli attori Argentero, Amendola e Battiston, solo per citarne alcuni. La proiezione della pellicola è prevista alle 21.00 al Cinema Miotto, dove verrano proiettati anche gli altri film in rassegna.

Chiara Orlando

 

Dogman, la mia recensione del film

Non credo di essere troppo generosa nell’affermare che Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone, sia un vero capolavoro, visto che chi lo ha recensito prima di me ha gridato addirittura al miracolo. L’ultima pellicola del regista italiano è uno di quei film che speri sempre di vedere al cinema e il cui ricordo, una volta terminata la proiezione, ti accompagnerà per diversi giorni.

Dogman, la locandina del film di Matteo Garrone.

C’è una premessa da fare: è meglio vedere Dogman senza cenare prima (ma poi sarà comunque difficile farlo), viste alcune scene in compagnia delle bestiole che il protagonista Marcello ama (quasi) quanto la figlia e altre scene piuttosto cruente.
Ma veniamo alla storia: Marcello (uno straordinario Marcello Fonte) vive una vita di stenti in una periferia in cui la desolazione e la miseria sembrano aver inghiottito ogni uomo ed ogni sua possibilità di condurre una vita “normale”.
Lo scempio estetico del luogo non lascia scampo a chi è costretto a vivere lì.

La toelettatura per cani che Marcello ha costruito dopo tanti sacrifici è il luogo in cui, ad un certo punto del film, il rapporto di sudditanza tra Marcello e Simoncino (Edoardo Pesce), il bullo temuto della zona, subirà un brusco cambiamento.

Nulla sarà come prima, neppure Marcello. Da timoroso e accondiscendente prima, stanco di essere deriso e maltrattato, si ribellerà come non aveva mai fatto in vita sua.

Garrone misura tutto ciò accade lasciando siano la realtà e i protagonisti ad entrare nei fotogrammi. Il dolore e lo sconforto non sono nulla rispetto all’impotenza di non riuscire a cambiare ciò che accade. Dogman ha i colori sbiaditi delle macchinette della sala slot e il grigiore delle pozze d’acqua che tappezzano l’ingresso della toelettatura cani di Marcello, ma anche la poesia delle migliori sequenze cult di Windin Refn, dove il sangue e l’odio scorrono (meravigliosamente) copiosi.

Chiara Orlando

Max Noacco: questa è la mia cucina veg

Può la cucina veg di Max Noacco appassionare e suscitare curiosità in una “carnivora” come la sottoscritta?

Dopo aver assistito alla presentazione del suo libro “Questa è la mia cucina, Storie e ricette veg” al Palagurmé la risposta é “Assolutamente sì”.

Il titolo del volume esprime chiaramente il modo in cui lo stesso chef e proprietario del ristorante Al Tiglio si pone alla sua clientela : “Io ho scelto questa cucina, questi ingredienti, ti va di venire a provare le mie preparazioni?

Nei suoi piatti non si leggono le crociate pro veg, o almeno non più: Noacco sceglie di mangiare vegetariano a trent’anni e le discussioni con chi non approvava questa scelta sono ferme a quel tempo. Ora, egli semplicemente cucina per un ospite – spesso non vegetariano e non vegano – che a fine serata gli pone qualche domanda, e ad accendersi sono i complimenti, non il dibattito.

La verità è che di fronte alle preparazioni di Noacco a tutti viene l’acquolina in bocca: il mix di sapori che non ha nulla a che vedere con le solite zuppe insipide e la bellezza di piatti ricchi di sfumature cromatiche fanno da apripista ad una cucina ricca e sana.

Nel volume “Questa è la mia cucina, storie e ricette veg” tutto ciò viene esaltato grazie al lavoro di un team che ha colto lo spirito dello chef friulano. La direzione artistica e il progetto grafico curato da Carin Marzaro, la stesura dei testi di Fabiano Braida e le fotografie di Roberto Casasola che ritraggono in modo così fedele la cucina e l’atmosfera che circonda il Tiglio di Moruzzo rappresentano l’identità del locale su carta.

I relatori, presentati al pubblico dalla sempre preparatissima Gianna Buongiorno, hanno raccontato il modo in cui è nato il libro e alcuni divertenti aneddoti ad un pubblico attento e curioso.

Il volume è stato presentato nel piacevole rooftop del Palagurmé, struttura che ospita corsi per i professionisti e gli addetti ai lavori, ma anche eventi aperti al pubblico che hanno come tema il mondo delle eccellenze gourmet e della comunicazione.

La presentazione del libro è di fatto solo uno dei tanti eventi organizzati al Palagurmé di Pordenone a cui suggerisco di partecipare sia per la qualità di ciò che viene organizzato, sia per l’atmosfera particolarmente piacevole che si respira in questa struttura.

Chiara Orlando

Al Tiglio cucina naturale

via Centa 8
Moruzzo
+390432642024
info@altiglioveg.it

Palagurmé
Pordenone
Via Nuova di Corva, 80
+39 320 6418418

info@palagurme.it

MINERVA ART FUND: l’arte guarda al futuro

Sono venuta a conoscenza di MINERVA ART FUND grazie ad Alessandro Fusco, con cui condivido la passione per l’arte. Egli è colui che ha avuto l’idea del progetto e ne ha compreso subito le grandi potenzialità grazie alla sua visione digital-oriented ed innovativa. È pertanto con piacere che lascio sia proprio lui a raccontare questa iniziativa ringraziandolo per la segnalazione.

Chiara Orlando

MINERVA ART FUND nasce nel dicembre 2017 da un’idea di Alessandro Fusco, 25 anni, dottore in Economia e Gestione Aziendale ma da sempre appassionato e coinvolto nel mondo dell’arte moderna e contemporanea.

La volontà originale era quella di creare una galleria digitale dove poter condividere e scambiare opere d’arte con un pubblico internazionale; soltanto in seguito all’incontro con Riccardo Angossini, 26 anni, attuale Direttore Artistico formatosi presso la NABA di Milano, il progetto ha assunto una direzione capace di esprimerne tutto il potenziale.

Quello che vogliamo, è creare un network internazionale all’interno del quale convogliare tutte le figure professionali del settore, che parallelamente all’attività di galleria online (ScuderiaMinerva, il brand della selezione di artisti di casa, conta già più di 15 artisti internazionali), possa offrire una gamma di servizi, per gli artisti e per i collezionisti, in grado di soddisfare ogni esigenza.

© Cristiano Mangovo – Scuderia Minerva 

Siamo mossi da una grande passione e da una enorme curiosità, che ogni giorno ci spinge ad approfondire l’aspetto tecnico e concettuale delle nuove tendenze dell’arte contemporanea, così come a comprendere l’eredità dei grandi maestri del passato.

Ci avvaliamo di uno staff “tecnico”, capeggiato dal nostro IT Manager Leonardo Ciacca, che ci aiuta a declinare la nostra vision in chiave digital e internazionale, così da intercettare la direzione del mondo delle startup che costruiscono il loro successo sul web ed in particolare sui social network, passepartout strategico per raggiungere i mercati più fertili ed in espansione. MinervaArtFund su Instagram, in pochi mesi, ha già più di 4mila followers e centinaia di contatti ogni giorno.

© Cristiano Mangovo

Ci sentiamo internazionali e digital-oriented, ma allo stesso tempo amanti dei canali tradizionali e sostenitori di “contaminazioni” artistiche trasversali; come in occasione di Art-Electro | paRa.dox by Ra, in collaborazione con Giulio Segre di Ra. Sounds, evento di musica elettronica con DJ e pubblico internazionali, che si terrà il 14 Aprile a GADAMES57, Milano, all’interno del quale, dall’11 al 14 Aprile, avrà luogo una temporary exhibition di artisti selezionati riuniti sotto l’egida di MinervaArtFund.

Alessandro Fusco
+393460822169
www.minervaartfund.com
inquire@minervaartfund.com
https://www.instagram.com/minervaartfund

Maurizio Polese si racconta a Chiara’s room

Polese fa cose. Ne fa tante. E le fa bene.
Quando ho visto per la prima volta i suoi lavori ho pensato a Maurizio Polese come ad un Jan Vermeer moderno o ad un discepolo di Leonardo. Egli fa così tante cose che risulta difficile collocarlo.

Sfuggente e nostalgico, Polese ha l’aria di chi si sente sempre fuori posto. In realtà, quelli fuori posto però siamo noi.
Polese è un creativo di quelli con la “C” maiuscola: è fotografo – anche se non ama vestire questi panni – è designer ed è un esperto di post-produzione.
Dopo anni di post-produzione e di correzione di fotografie digitali avverte il bisogno di ritornare alle basi della fotografia: si costruisce una macchina (un vero gioiellino) con cui ritorna alla pellicola.
Maurizio Polese è il pittore della fotografia: il dettaglio è la sua ossessione, il colore la sua arma per ipnotizzare l’osservatore. Guardando le sue fotografie ci si confonde: foto o dipinto?
E, in effetti, lui gioca su questo, amplificando tutto con il suo humour.
Chiara’s room ha avuto il piacere di intervistarlo per i lettori del blog.

“Il nipote russo” © Maurizio Polese

Chiara’s room: Maurizio, una delle tue foto che amo di più è senza dubbio quella del nipote russo: ci racconti come è nata l’idea per questo scatto?

Maurizio Polese: Per caso. Avevo da pochi giorni un flash a batteria e volevo provarlo all’esterno, in posti difficili, così da non improvvisare quando mi sarebbe servito per davvero. Ho chiesto a mio nipote di prestarsi al test in una palude qui vicino, gli ho detto di mettere una giacca vecchia brutta e si è presentato anche con quel cappello. Era perfetto, come i ragazzetti dei film di Spielberg.

© Maurizio Polese

Chiara’s room: In “La Ragazza con il raffreddore” la luce e i colori sono così “poco fotografici” da farci pensare alla pastosità dei colori ad olio: è un effetto voluto, oppure si è trattato di una naturale evoluzione dello scatto?

“La ragazza con il raffreddore” © Maurizio Polese

 

© Maurizio Polese

Maurizio Polese: Mi erano sempre piaciuti i ritratti dal rinascimento in poi, ma non li avevo approfonditi fino a qualche tempo fa. Un po’ per volta ho messo insieme il metodo per arrivarci con le foto, che è un insieme di espedienti. Ho provato per anni macchine fotografiche a pellicola di ogni genere, obiettivi scadenti, filtri, gelatina e plastiche davanti l’obiettivo, ma la singola tecnica non funziona. Alla fine ci sono riuscito in digitale. Ma c’è meno post produzione di quello che si può pensare.

© Maurizio Polese

 

© Maurizio Polese

Chiara’s room: Il tuo approccio al progetto è sempre lo stesso sia che tu faccia foto, costruisca un oggetto di design oppure che ti dedichi ad altro?

Maurizio Polese: No, ogni volta è diverso. A volte ho l’urgenza di creare qualcosa intuitivamente, altre volte ci ragiono e la lascio sedimentare anni. Ad esempio, c’è una foto corale che voglio fare da più di dieci anni.

Chiara’s room: Pensi ci sia un denominatore comune nei tuoi diversi progetti?

Maurizio Polese: Credo ce ne sia più di uno. Invidio chi riesce a portare avanti uno stile riconoscibile per anni, io mi sento molto disordinato.

© Maurizio Polese

 

© Maurizio Polese

Chiara’s room: Cos’è che ami di più di ciò che fai: creare o risolvere in termini pratici ciò che hai immaginato?
Maurizio Polese: Entrambe le cose hanno bisogno di pensare e operare, per questo mi piacciono.

Chiara’s room: Ti senti maggiormente a tuo agio quando ti vengono date delle linee guida da seguire oppure quando hai massima libertà progettuale?

Maurizio Polese: Meglio gli estremi, detesto i compromessi. Un lavoro con linee guida precise è facile e sicuro. Altrimenti preferisco essere completamente libero di studiare l’argomento e svolgerlo. Spesso lavoro in due, con qualcuno che ha competenze complementari alle mie. Ma detesto le intromissioni del committente, in questo caso non sento più il lavoro come mio e difficilmente lo mostro. E pensandoci, sono solo una piccola parte i lavori commissionati che mostro a tutti.
Parafrasando Montanelli, in un lavoro creativo la democrazia è il trionfo della mediocrità.

© Maurizio Polese

Chiara’s room: Sei un ambasciatore del no logo: cosa ti senti di dire a chi dei loghi non riesce a fare a meno?
Maurizio Polese: Mi sono un po’ ammorbidito, diciamo del Poco-Logo. Ormai tutti gli oggetti hanno un logo, e non metterlo è svantaggioso. Ma dovrebbe essere evidente solo a chi lo cerca. Ogni volta che scegliamo un brand ci leghiamo alla sua storia e la facciamo nostra, e ogni cosa che usiamo un po’ ci cambia. Ma se il logo è appariscente, palese, ostentato allora diventa rumore visuale e ricoprirsi di loghi mi sembra il modo di affermare una personalità vuota che ha bisogno di essere definita cercando l’appartenenza a storia e idee di altri.

Chiara’s room: Di cos’è che vai più fiero? Della macchina fotografica che ti sei costruito oppure di come è nato il marchio Victor Delamont?

Maurizio Polese: Sono cose che ho fatto, ma sono passate.

© Maurizio Polese

Chiara’s room: Qual’è il progetto a cui ti stai dedicando che ti sta dando più soddisfazione?
Maurizio Polese: Due cose non ricordo: l’ultima volta che mi sono annoiato e l’ultima volta che sono stato soddisfatto. La cosa più vicina alla soddisfazione ce l’ho quando imparo qualcosa di nuovo. Al momento sto studiando il colore.

© Maurizio Polese

Chiara’s room: L’ispirazione ti raggiunge ovunque, oppure hai un luogo/momento magico dove ciò è più facile che avvenga?
Maurizio Polese: L’ispirazione come intuito senza pensiero arriva quando sono tranquillo e rilassato, come posso essere quando riposo, nei momenti di veglia. A volte mi alzo per prendere appunti. Ma molti altri lavori sono ricerca e rielaborazione. Purtroppo ho capito di essere serotino, il mio cronotipo mi fa funzionare bene la sera, fino notte. Purtroppo la gran parte delle altre persone non lo è, e non capisce il disagio che provo la mattina.

Chiara’s room: Fotografo, designer, esperto di post produzione, ma anche video maker. Il video “Potenti Mezzi Meccanici” ha per protagonista la Honda che ti sei “customizzato”: ci parli della sua genesi?
Maurizio Polese: Era il 2012. Avevo molti pensieri e tanto tempo libero; ho sistemato una vecchia e sgraziata Cx500; ho sempre avuto mezzi più o meno nuovi o restaurati e questa la volevo ferrosa. Uno dei primi oggetti imperfetti, credo. Era influenzato dallo spirito Wabi, l’accettazione dell’imperfezione e dell’impermanenza delle cose e volevo andare contro il perfezionismo di un oggetto industriale. Allo stesso tempo m’interessavo di cinema, della sua fotografia e del movimento. Nel video ho messo un po’ tutto questo.

Chiara’s room: In quali degli ambiti in cui lavori credi di avere maggiore talento?
Maurizio Polese: Credo di funzionare meglio con le immagini.

Chiara’s room: Lavori e vivi in Friuli: ciò è mai stato un ostacolo?
Maurizio Polese: Sì, decisamente. Vorrei poter dire che è solo un pregiudizio pessimistico, ma le persone a cui sono più vicino sono tutte lontane.

Chiara Orlando

Maurizio Polese: http://www.mauriziopolese.com

Fidapa: La creatività femminile

Chi mi conosce, sa bene quanto io sia più a mio agio tra le righe di un testo piuttosto che in un dibattito. Tuttavia, quando mi è stato proposto di partecipare all’incontro “La creatività femminile” organizzato da Fidapa ed illustrare in che modo l’aver aperto il blog Chiara’s room abbia inciso su ciò di cui mi occupo ora, ho colto questa opportunità senza esitare.

L’evento si terrà mercoledì 18 aprile alle ore 18.00 presso la Saletta del Ex Convento di San Francesco a Pordenone e ha come tema “La creatività femminile, la cultura dell’innovazione, i motori di diverso sviluppo socio-economico – obiettivi e progetti”. A portare i saluti di Fidapa sarà la presidente della sezione di Pordenone Luciana Ceciliot, mentre spetterà alla Vicepresidente della sezione pordenonese della stessa associazione Sonja Pin il ruolo di moderatrice dell’incontro.
Tra le relatrici dell’evento del 18 aprile la psicologa del lavoro fondatrice e responsabile dei processi formativi “Imprenditrici Ribelli” Francesca Gazzola e la Consulente Tributario Fondatrice e responsabile del mentoring “Imprenditrici Ribelli” Ilaria Raffin che ascolterò con grande interesse.

Ringrazio Fidapa e gli organizzatori da cui sono stata contattata per questo gradito invito, con la speranza che il mio intervento possa anche solo parzialmente raccontare quanto l’approccio creativo sia stato prezioso per la mia attuale professione.

 

Chiara Orlando

Alan Pasotti si racconta a Chiara’s room

Alan Pasotti ama in modo viscerale la scultura: la trova essenziale, pura, forte e dinamica. E ciò nelle sue fotografie balza agli occhi, così come traspare senza filtri la sua passione per questa professione dove egli dà tutto se stesso. Ho avuto il piacere di intervistarlo per comprendere meglio il modo in cui opera e per capire cosa significhi per lui la fotografia.

Chiara’s room: Non c’è corpo maschile in cui non si celi un pizzico di femminilità, né corpo femminile in cui non traspaia un aspetto maschile: anche tu vedi ciò nei modelli che posano per te? La mia sensazione è quella di veder vivere in loro questo continuo dualismo.

Alan Pasotti: Quando ho davanti una persona che vuole essere fotografata ci parlo molto prima, cerco di capire come vuole vedersi e cosa vuole trasmettere dalla fotografie. Spesso mi viene detto di fare da me, di scegliere per loro. Se questo avviene, assecondo ciò che vedo e man mano lavoro. Spesso si inizia con un progetto e si finisce con un altro completamente diverso. Gli scatti finali sono sempre i migliori. Porto le persone spesso allo sfinimento perché cerco di cogliere in loro quell’espressione naturale che sia gioia, dolore o sensualità che le contraddistingue.

Alan Pasotti

© Alan Pasotti

Chiara’s room: I corpi che fotografi sono scultorei e forti, ma se ingrandiamo quei centimetri di pelle che regali in modo così generoso, ci accorgiamo del pulsare delle loro emozioni, della fragilità delle vene in tensione, della fatica di un balzo o nel mantenere una posa. Sono questi i dialoghi che cerchi con l’osservatore delle tue opere?

Alan Pasotti: Sono sincero Chiara, non scatto fotografie per avere un tornaconto di accettazione o avere come dici tu un dialogo con l’osservatore. Non scatto per nessuno al di fuori della persona che è davanti a me in quel momento. Ogni volta che fotografo vivo emozioni e sensazioni diverse. In ogni opera c’è un po’ di me. Vivo la fotografia artistica come estensione del mio essere umano. La fotografia commerciale invece, quella no, quella è puramente studiata a tavolino e creata ad hoc, anche se c’è sempre un pezzo di Alan (interiore) anche quel caso.

Alan Pasotti

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Guardando le tue foto in bianco e nero non si può non pensare all’uso plastico che fai della luce: le tue fotografie si trasformano in sculture. Il torso segnato del coreografo sarebbe stato materia di prim’ordine per un giovane Michelangelo, mentre il drappo che ne nasconde le nudità puro divertimento per l’esperto Rodin. Che rapporto hai con la scultura: la ami, la detesti o ti è indifferente?

Alan Pasotti: AMO in modo viscerale la scultura. La trovo così essenziale, pura, forte, dinamica. L’opera che ammiro di più è il Laocoonte. Un uomo che lotta contro i serpenti per salvare la vita dei figli. Anche solo a parlarne mi emoziono. Quello è un perfetto esempio di cos’è per me la fotografia: EMOZIONE.

Alan Pasotti

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Uno degli aspetti che amo di più della tua opera fotografica è il modo in cui alterni corpi mobili ad altri quasi imprigionati nella loro immobilità. Dal balzo, in cui è richiesta l’azione di ogni singolo muscolo del ballerino, si passa poi alla proiezione dei dorsali immobili: c’è una spiegazione dietro questi tuoi scatti o sono io a vedere “oltre le cose”?

Alan Pasotti: Come ti dicevo prima, ogni creazione è a sé stante… non sono collegate fra di loro. Se il modello (o chi per esso) mi dà carta bianca io disegno la fotografia come se si trattasse di una tela pittorica. Sono processi che si legano l’uno all’altro dalla prima fotografia all’ultima. È come se nei pochi metri che mi separano da chi posa ci fosse un’energia e mi permette di vedere la fotografia prima di farla.

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Quanta preparazione c’è dietro uno scatto come quello dei tre ballerini “sospesi in aria”?

Alan Pasotti: Molta. Quell’idea era già nella mia mente da qualche anno. Avevo bisogno del modello giusto e Giovanni è stato al gioco. Nella mia testa era ben impresso il risultato finale, bisognava solo metterlo in pratica prevedendo il salto per studiare la luce e modificandolo per avere tre diverse figure. In sostanza dovevo dirigere Giovanni affinché si muovesse nel punto esatto. Anche quando si improvvisa si è già lavorato molto tempo prima.

Alan Pasotti

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Cos’è che ami di più, la produzione o la post produzione?

Alan Pasotti: Senza ombra di dubbio la produzione. Nella mia testa lavoro ancora in analogico, cerco di ottenere la foto perfetta già in produzione. Tuttavia, la post produzione oggi è molto divertente e spesso ti dà la possibilità di creare opere davvero singolari.

© Alan Pasotti

Chiara’s room: A quanti anni hai fatto il tuo primo scatto fotografico e con che macchina?

Alan Pasotti: La prima vera fotografia – non ricordo l’anno – la scattai con una FUJI. Ti parlo del 1985-1986 credo.

Chiara’s room: So che non bisognerebbe mai fare questa domanda a chi fa il tuo mestiere, ma se dovessi citare un fotografo che ha lasciato il segno in ciò che fai, chi sarebbe?

Alan Pasotti: Henry Cartier-Bresson. La sua fotografia è eterna. Il suo occhio era ARTE.

Alan Pasotti

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Quanto è importante per te osservare prima di scattare?

Alan Pasotti: Fondamentale. Non puoi fare fotografia se non sai osservare. Se ti sfuggono i particolari o se proprio non li vedi… stai sbagliando lavoro.

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Vivace è il tuo uso dell’ombra, così come quello del colore: una nota che – quando c’è – sovrasta tutto. Come riesci ad essere così pertinente nell’utilizzarle entrambe? Ciò ti riesce facile o complesso?

Alan Pasotti: Stiamo parlando di fotografia – passami il termine – d’autore. Nasco dal Liceo Artistico, dove creare le proprie visioni era il compito quotidiano. La fotografia è fatta di luce: dosare la luce ed usarla in una determinata quantità, in quel preciso punto e modo fanno parte dell’atto creativo. Non è né facile, né complesso. Viene da sé… ed è bellissimo.

Alan Pasotti

©Alan Pasotti

Chiara’s room: Come fai a definire il momento in cui è bene fermarsi e non andare oltre?

Alan Pasotti: Quando sono stanco e mi sento vuoto dentro. È una violenza scattare fotografie artistiche controvoglia.

Chiara’s room: Guardando i tuoi lavori la sensazione che si ha è che ciò che fai sia molto personale– anche quando ti è commissionato. È solo una mia sensazione?

Alan Pasotti: Sai Chiara, io questo lavoro lo faccio con molto amore: è tutto ciò che ho. È la parte di me che in pochi hanno avuto la fortuna o sfortuna di incontrare. C’è chi l’ha accettato ed è rimasto e chi invece ha avuto paura e se ne è andato. In ogni fotografia, c’è un pezzo di Alan. Le migliori fotografie le ho fatte quando ero o triste o al settimo cielo. Quando ero emotivamente fragile. Tutta la forza viene canalizzata nelle mie fotografie che è anche il mio modo di amare.

Alan Pasotti

©Alan Pasotti

Chiara’s room: Qual’è lo scatto che senti più tuo tra questi?

Alan Pasotti: Bella domanda. Sono tutte fotografie che rappresentano un lato di me, ma se devo scegliere ti dico quella dei rami secchi. Chiunque la veda ci vede la solitudine, io no… io ci vedo tutta la vita del mondo.

Chiara Orlando

 

Alan Pasotti fotografo: http://www.alanpasotti.com/