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Walls: la recensione del film

walls film

Nella loro opera Walls, presentata alla rassegna “Le Voci Dell’Inchiesta, Pablo Iraburu e Miqueltxo Molina si misurano con un tema più che mai attuale. I walls sono proprio i “muri di confine” di cui sentiamo parlare sempre più spesso. In questo caso sono quelli che dividono quattro angoli di mondo che quotidianamente migliaia di persone cercano di varcare: Spagna e Marocco, U.S.A. e Messico, Sud Africa e Zimbawe, Israele e Palestina.

walls film
Una situazione difficile da narrare in pellicola proprio per il rischio si trasformi in racconto scontato o troppo documentarista. I registi ovviano al problema affidandosi ai loro personaggi a cui danno il compito di raccontarci la storia: tutti i protagonisti infatti, chi per una ragione, chi per l’altra, hanno a che fare con i quattro confini in questione: il profugo, la guardia civile, il benefattore americano.

walls
Questo è il motivo principale per cui il film scorre veloce sebbene il tema trattato sia alquanto spinoso. L’accusa dei registi è rivolta al mondo politico e non al cittadino che si trova a svolgere il suo lavoro di guardia civile..
Ciò che rimane a fine proiezione è la sensazione di quanto assurda sia l’idea che i confini siano invalicabili e di quanto la politica stia tornando indietro rispetto ai passi avanti fatti il 9 novembre 1989, quando l’ultimo grande muro veniva abbattuto.
Walls dovrebbe essere proiettato nelle scuole alla pari di “Schindler’s List” e magari dovrebbe essere visto anche da chi si sente al sicuro dietro il proprio muro fatto di diffidenza ed ignoranza.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

http://fondazionegiovannisantinonlus.com/

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Lost river: la mia recensione sul film

Lost river

Avevo letto così tante critiche negative su Lost River, l’opera prima alla regia di Ryan Gosling, che ho voluto farmi un’opinione.
Tanta era l’attesa per l’uscita di questo film presentato a Cannes lo scorso maggio che i critici non hanno tardano a recensirlo negativamente definendolo folle, insensato e inguardabile.

Lost river

L’attrice Saoirse Ronan in una scena del film

Non sono un’amante del genere noir o fantasy, ma devo ammettere che mi è piaciuto l’approccio con cui Gosling racconta una fairytale ambientata in una Detroit che non ha nulla a che vedere con la città simbolo degli anni 80-90, del boom economico e di tutto ciò che è più universalmente riconosciuto come americano: dall’industria automobilistica a Eminem.

Lost river
Se la Detroit che avete in mente è quella della Chrysler e del consumismo sfrenato, Gosling vi farà vedere senza tanti filtri una città deserta, fatiscente ed abbandonata a se stessa.
Abbandonata a se stessa lo è pure la protagonista incarnata da Christina Hendricks con cui il canadese aveva già lavorato in Drive e che ha voluto fortemente sul set.
Billy (Christina Hendricks) è una madre single di due figli che non riesce più a pagare la casa dove vive. Si rivolge alla banca per ridiscuterne le condizioni e ad accoglierla troverà un Ben Meldenson (Dave) che le farà un’insolita proposta.

Lost river

L’attore Ben Mendelson in una scena del film

Billy accetterà la proposta di Dave ed inizierà ad intrattenere i frequentatori di un club per amanti di un genere di spettacoli piuttosto macabri.
Bones (Iain De Caestecker), il figlio maggiore di Billy, passa le sue giornate a sciacallare le case disabitate, rubando le condutture in rame per poterle rivendere. Proprio mentre esce con il malloppo dall’ultima casa, si scontra con Bully (Matt Smith), un ragazzo temuto che si atteggia a capo della città. Tra i due nascerà una rivalità ed un odio reciproco che si chiuderà con un triste epilogo.

Forse ciò che mi ha affascinato di più nel film sono le storie secondarie – ma non meno importanti – che vengono narrate nel film. Una su tutte la vicenda della nonna di Rat (Saoirse Ronan), l’adolescente che vive nella stessa via di Bones e con cui lui stringerà una profonda amicizia. Tra atmosfere dark e vecchi video in bianco e nero, Gosling racconta il dramma e la fragile bellezza che questa signora anziana cela sotto una velina e labbra rosse. Il fatto che non parli più dalla morte del marito è forse una metafora che dovremmo cogliere? Rimarrò sempre con questo dubbio.
Lost River fa centro nei tagli delle immagini, nella scelta quasi esclusiva di girare con le sole luci diurne/notturne e ha un dialogo, sebbene ridotto all’osso, interessante.

Lost river

L’attrice Eva Mendes in una scena del film

Ben Mendelson è divino nel ruolo di Dave. È capace di rendere credibile un personaggio quasi surreale. Il regista ha il merito di aver scelto un cast di attori non tanto stellare – in quanto a fama – quanto di qualità dal punto di vista delle capacità recitative.
Peccato che alla fine di tutte le inquadrature, della fotografia, della scelta di una colonna sonora alla Refn, risulti debole proprio la “fairytale”: la città sepolta nell’acqua rimane sepolta anche nella nostra testa a pochi minuti dall’uscita del cinema.

Chiara Orlando

Marguerite: l’amore per il bel canto

L’amore per il bel canto di Marguerite non è direttamente proporzionale al suo talento, ma ciò non sembra abbatterla.
Xavier Giannoli ci racconta così la signora Dumont alla 72^ Mostra del cinema di Venezia.

Catherine Frot red carpet

L’attrice Catherine Frot sul red carpet di Venezia prima della proiezione ufficiale del film in Sala Grande

Per raccontare il film presentato due settimane fa in Concorso a Venezia occorre fare un passo indietro: il regista belga si è ispirato a Florence Foster Jenkins, soprano americano degli anni ’40, con scarse doti canore, ma con tutto l’appeal della grande diva.

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L’attrice Catherine Frot nel ruolo di Marguerite Dumont in una scena del film

Gli amici della Dumont, pur partecipando ogni anno al concerto benefico che tiene in casa propria per raccogliere fondi a favore di una causa, la sbeffeggiano e si prendono gioco in segreto delle sue stonature.
Il marito dal canto suo, stanco di assistere al triste spettacolo, fa di tutto per arrivare in ritardo alle esibizioni della ricca moglie mettendo in scena improbabili guasti d’auto.


Allo stesso concerto che tiene per gli amici aristocratici che la deridono, partecipa pure un giornalista anti-convenzionale che vede invece nella Dumont una grande artista, proprio perché capace di esprimersi in modo così libero.
Le viene proposto dallo stesso Lucien di esibirsi su un palco vero, in un vero teatro, con un vero pubblico.
Seppure con incertezza, decide di accettare la proposta ed inizia a prendere lezioni di canto da un cantante lirico ormai in declino.
Marguerite è un film leggero, ma il regista ha l’accortezza di descrive la Dumont nella sua totalità, ossia come una donna in cui felicità e passione si mescolano ad amarezza ed infelicità.

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Michel Fau nel ruolo di insegnante di bel canto di Marguerite in una scena del film

Non mancano scene divertenti e godibili, ma anche attimi in cui per forza siamo portati a riflettere in merito alla difficoltà che abbiamo nell’essere noi stessi e nel poterci esprimerci liberamente.

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Il cast fa scorrere rapidamente ogni minuto della pellicola: ottima l’interpretazione di Catherine Frot nel ruolo principale, Sylvain Dieuaide nel ruolo del giornalista Lucien, di André Marcon nel ruolo del marito e di un perfetto Michel Fau, nell’interpretazione di vecchia gloria della lirica.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

http://fondazionegiovannisantinonlus.com/

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La ricotta di Pasolini

Può un film stimolare una catena di esperienze culturali in grado di crescere come una piccola valanga, generando nuove emozioni estetiche, suggestioni, intuizioni, echi e riflessi nella vita dello spettatore?

Forse abbiamo l’arte per amare di più la vita e per ispirare altra arte, in una circolazione di rimandi senza fine: l’arte nutre la nostra vita e ci sospinge come una piacevole marea verso altre forme d’arte. Non solo un film richiama la memoria di altri film e a volte di tutta la storia del cinema, ma rilegge in modo inedito le altre arti, illuminandole diversamente. Sotto lo sguardo cinematografico la pittura riscopre se stessa: è reinventata in un’altra forma e rilanciata nelle possibilità che, come un tema musicale, racchiude virtualmente dentro di sé. La formula dei cine-pittori è senz’altro riduttiva e non rende onore alla ricca famiglia di artisti (non semplici registi) che da Greenaway (I misteri del giardino di Comtpon House, Lo zoo di Venere) a Rohmer (La marchesa von O… che ricorda Füssli e Friedrich), da Tarkovskij allo stesso Renoir, hanno reso esplicito il loro rapporto con la prima delle arti visive. Tutto il cinema, probabilmente, seguendo Merleau-Ponty e Bazin, racchiude e rilancia la memoria della pittura, in un’ideale continuità che attraversa diversi media.
Quando vidi La ricotta, però, e ammirai gli straordinari colori con cui Pasolini aveva realizzato i tableaux-vivants dei quadri Rosso Fiorentino e di Pontormo, provai il vivo desiderio di inseguire e cercare gli originali, di ritrovare attraverso il cinema la pittura. La pittura, al cinema e nel cinema, segna l’irruzione del colore nel bianco e nero del film: così hanno compreso Pasolini ne La ricotta, così Tarkovskij nel luminoso epilogo di Andrej Rublev dove il bianco e il nero tragico della storia individuale e della storia collettiva della Russia lascia il posto ai colori sfolgoranti e trasfigurati della pittura di Rublev, ripresi dai movimenti ravvicinati e ondeggianti della macchina da presa.

Pasolini ha scelto piuttosto, nel suo sacro rovesciamento della storia della Passione di Cristo, vero pendant del successivo Vangelo secondo Matteo, la fissità congelata e rappresa del tableau vivant che cita i capolavori della pittura con un senso brechtiano della recitazione. E qui, più che in tutti gli altri suoi film, Pasolini decostruisce la sua stessa retorica del linguaggio cinematografico mostrando come unire arbitrariamente immagine e suono, come accoppiare Scarlatti con le figure ieratiche di una pala d’altare, troppo prese da interessi e bisogni mondani. Il tableau vivant è però ne La ricotta fisso solo in apparenza: Pasolini fa precipitare in una caduta vertiginosa, liberatoria, dissacrante i figuranti che non riescono a mantenere la posa, cadono e scoppiano a ridere fragorosamente. Movimento dissacrante solo in apparenza: “cinematografia della pittura” in realtà, ovvero messa in movimento, liberazione, fluidificazione della rigidità del quadro. Questo riso alla Rabelais appare del tutto coerente con il corpo grottesco di Stracci, il protagonista del cortometraggio di Pasolini, e delle altre comparse, che celebrano il ritorno alla terra, alla carne, alla vita, rovesciando dialetticamente il senso della Passione. La ricotta propone un attraversamento della pittura e del cinema che approda al tableau vivant come ripetizione congelata della storia sacra: il tentativo geniale, e riuscito, di Pasolini è stato quello di inventare una forma estetica adeguata al suo ideale rivoluzionario di cattolicesimo, che celebra la forza dirompente non di corpi ideali, ma di corpi carnali, fatti di terra e di pulsioni primigenie.

La ricotta Pasolini

Una scena tratta dal film “La ricotta” di Pierpaolo Pasolini

Ho ritrovato la Deposizione dalla croce di Rosso Fiorentino qualche anno fa, nello splendido Museo civico di Volterra, durante una vacanza estiva. È stato un incontro a lungo atteso e desiderato: sono arrivato a Volterra per ritrovare l’origine, la pala, la pittura al di là del cinema. Le pose disfatte e carnascialesche del film (dove Pasolini non aveva rinunciato a mettere in scena se stesso, in cima alla croce, con una folta barba e capelli neri) si erano ricomposte, i personaggi erano ritornati là da dove erano venuti. Il giovane San Giovanni, in primo piano nel quadro, non smetteva di piangere disperato, lo avrebbe fatto per l’eternità; il rigido busto geometrico della Maddalena piangente ai piedi della croce sembrava un segno astratto, una pura campitura di colore potente e acceso. Il colore sfolgorante della pellicola cinematografica non eguagliava la forza astratta e assoluta del colore della pittura, di quei volti raggelati, senza tempo, disperati e foschi, pieni di passione (letteralmente) del capolavoro di Rosso. Ero arrivato alla mia meta: la Deposizione era davanti a me, così vicina e così lontana dalla sua ricreazione sul set de La ricotta. Il cinema raddoppiava e moltiplicava il mio amore per la pittura, mi spingeva a inseguire un quadro, una semplice immagine. Rimasi di fronte all’opera di Rosso, nel silenzioso e raccolto museo di Volterra, in una contemplazione assorta che può suscitare in me solo la pittura (quanto tempo ho passato davanti a Las Meninas di Velazquéz al Prado?), forse quaranta minuti, il tempo della durata all’incirca de La ricotta di Pasolini. Come è strano il tempo dell’arte: una sola immagine ci restituisce una temporalità estesa, protratta, che si apre e si allunga davanti a noi, senza fine.

Michele Bertolini

the big lebowski: a love story

the big lebowski

the big lebowski é uno di quei personaggi cinematografici impossibili da replicare e Jeff Bridges è semplicemente divino nel ruolo che gli hanno cucito addosso i fratelli Cohen.

Quando qualche giorno fa ho scritto di essermi fidanzata con the big lebowski, non era una cosa buttata lì a caso. Io e il Dude abbiamo iniziato a vivere la nostra storia d’amore nelle pagine di questo blog.

Dormo poco, ma faccio dei sogni incredibili. Eccovi il primo:

il Dude era fuori per la partita di bowling con Walter e Donny. Jesus li aveva stracciati. Era tardi e io lo aspettavo già a letto, sicura di aver preso definitivamente il posto della sua Maude, ma a quanto pare mi sbagliavo. Lui entrò a letto vestito, diede un’occhiata alla mia T-shirt e poi disse:

-“A questa casa manca una cosa fondamentale.”-

-” Cosa?”- gli chiesi.

-“Un tappeto. Il tappeto”- disse lui.

Chiara Orlando