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A Star is born, la recensione del film di Bradley Cooper

A Star is Born, film presentato fuori concorso a Venezia 75, segna la prima volta alla regia di Bradley Cooper.
Il canovaccio del film si rifà ad un tema caro a Hollywood e già sviluppato in precedenza: quello della nascita di una stella, così come indica proprio il titolo della pellicola di cui Cooper è anche attore e co-produttore.

Con lui, un’attesissima Lady Gaga nelle vesti di Ally, la ragazza che per puro caso il protagonista Jackson Maine (Bradley Cooper) sente cantare in un bar.
Lei tuttavia è solo una cameriera con l’ambizione della musica: l’incontro fortuito con il re della country music Jackson, le cambierà la vita.
Jackson Maine, la cui popolarità è enorme, paga lo scotto della fama vivendo una vita di eccessi e convivendo con un grosso problema di udito e un fratello manager con cui ha un rapporto conflittuale di odio e amore.

A Star is born, in foto Ally e Jackson (Lady Gaga e Bradley Cooper)

Ally, che grazie a Jakson inizierà la sua scalata nel mondo della musica, si trova a vivere anche la graduale discesa negli inferi del musicista a cui si lega.
In A Star is Born non ci sono novità, né particolari colpi di scena, ma i due protagonisti sono così fedeli alla verità e così sinceri da far dimenticare allo spettatore un copione con qualche cliché di troppo.

A Star is born, Bradley Cooper oltre ad essere regista della pellicola è anche co-produttore e attore

Lady Gaga, si conferma un’artista a tutto campo e conquista i cuori anche di chi ne ha sempre detestato musica o l’iconico personaggio costruito da Stefani Joanne Angelina Germanotta con una buona prestazione di attrice.

Se siete curiosi di vedere una Lady Gaga senza trucco, priva di orpelli e vera, non perdetevi A Star is Born, pellicola in cui i suoi duetti con un sensazionale Bradley Cooper (canta davvero lui nel film), vi faranno tenere i fazzoletti sotto mano in più di qualche occasione.

A Star is born, in foto Allie e Jackson (Lady Gaga e Bradley Cooper) nella pellicola presentata fuori concorso a Venezia

A corollario della storia, l’America dei palchi dei grandi concerti e della voglia di emergere, così come quella dei rapporti difficili.
Ma è comunque l’amore il punto fermo su tutto: quando l’ago della bilancia si sposta e la stella appena nata inizia ad offuscare quella che brilla da più tempo, l’amore di Ally per Jackson sovrasterà tutto.

Chiara Orlando

Dogman, la mia recensione del film

Non credo di essere troppo generosa nell’affermare che Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone, sia un vero capolavoro, visto che chi lo ha recensito prima di me ha gridato addirittura al miracolo. L’ultima pellicola del regista italiano è uno di quei film che speri sempre di vedere al cinema e il cui ricordo, una volta terminata la proiezione, ti accompagnerà per diversi giorni.

Dogman, la locandina del film di Matteo Garrone.

C’è una premessa da fare: è meglio vedere Dogman senza cenare prima (ma poi sarà comunque difficile farlo), viste alcune scene in compagnia delle bestiole che il protagonista Marcello ama (quasi) quanto la figlia e altre scene piuttosto cruente.
Ma veniamo alla storia: Marcello (uno straordinario Marcello Fonte) vive una vita di stenti in una periferia in cui la desolazione e la miseria sembrano aver inghiottito ogni uomo ed ogni sua possibilità di condurre una vita “normale”.
Lo scempio estetico del luogo non lascia scampo a chi è costretto a vivere lì.

La toelettatura per cani che Marcello ha costruito dopo tanti sacrifici è il luogo in cui, ad un certo punto del film, il rapporto di sudditanza tra Marcello e Simoncino (Edoardo Pesce), il bullo temuto della zona, subirà un brusco cambiamento.

Nulla sarà come prima, neppure Marcello. Da timoroso e accondiscendente prima, stanco di essere deriso e maltrattato, si ribellerà come non aveva mai fatto in vita sua.

Garrone misura tutto ciò accade lasciando siano la realtà e i protagonisti ad entrare nei fotogrammi. Il dolore e lo sconforto non sono nulla rispetto all’impotenza di non riuscire a cambiare ciò che accade. Dogman ha i colori sbiaditi delle macchinette della sala slot e il grigiore delle pozze d’acqua che tappezzano l’ingresso della toelettatura cani di Marcello, ma anche la poesia delle migliori sequenze cult di Windin Refn, dove il sangue e l’odio scorrono (meravigliosamente) copiosi.

Chiara Orlando

The Shape of Water, la mia recensione del film

La profondità dei fondali marini fanno da cornice scenica a The Shape of Water, la pellicola con cui il messicano Guillermo Del Toro si aggiudica il Leone D'Oro alla 74esima edizione della Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia.

La profondità dei fondali marini fanno da cornice scenica a The Shape of Water, la pellicola con cui il messicano Guillermo Del Toro si aggiudica il Leone D’Oro alla 74esima edizione della Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia.

 Del Toro confeziona un film di indubbia poetica sebbene la trama risulti a tratti prevedibile.
Del Toro confeziona un film di indubbia poetica sebbene la trama risulti a tratti prevedibile. Ciò che caratterizza The Shape of Water sono le atmosfere suggestive e la magia di una storia irreale i cui contorni diventano sempre più nitidi.

Maestro della cinepresa da sempre affascinato dai mostri e dalle fantasie “dark”, Guillermo Del Toro dà voce alla protagonista (muta) Elisa – interpretata da un’ottima Sally Hawkins – e un cuore alla creatura anfibia con cui ella costruisce un legame. La storia ruota poi sul resto del cast: Zelda, Giles e il perfido Strickland.

Gli anni sono quelli della Guerra Fredda e Baltimora è la cittadina dove la protagonista lavora come donna delle pulizie in un laboratorio scientifico. E sarà proprio nel laboratorio che Elisa incontrerà la creatura tenuta in cattività dagli americani che vogliono usarla per i test spaziali.

Gli anni sono quelli della Guerra Fredda e Baltimora è la cittadina dove la protagonista lavora come donna delle pulizie in un laboratorio scientifico.
The Shape of Water non è solo una fantasia ben raccontata, ma un film che vuole puntare l’attenzione sulle discriminazioni: da quelle fisiche a quelle sociali, ma senza gravare sull’aspetto poetico e sognante di cui il film è intriso.

The Shape of Water non è solo una fantasia ben raccontata, ma un film che vuole puntare l'attenzione sulle discriminazioni: da quelle fisiche a quelle sociali, ma senza gravare sull'aspetto poetico e sognante di cui il film è intriso.
La pellicola di Del Toro si impone sugli altri film in concorso proprio perché coglie l’aspetto magico, fiabesco e fuori dalle righe del cinema.
“Ho 51 anni, peso 136 chili e ho fatto 10 film” ha dichiarato Del Toro ieri sera al momento della consegna del premio stringendo il leone “Credo nella vita, nell’amore e nel cinema”.

Chiara Orlando

SONG TO SONG: la mia recensione

Terrence Malick: o lo ami, o lo detesti.
Ma nel caso di Song to Song mi è difficile capire come un film di tale bellezza non possa essere amato. Song to Song è un vortice che travolge tutti i personaggi del film, nessuno escluso.

Ma nel caso di Song to Song mi è difficile capire come un film di tale bellezza non possa essere amato. Song to Song è un vortice che travolge tutti i personaggi del film, nessuno escluso.
La fotografia che accompagna la voce fuori campo della protagonista Faye è capace di rendere bella la polvere di Austin, così come i suoi tradimenti.
Da spettatori ci si priva del giudizio che ci accompagna dalla nascita e si osserva con curiosità (ed invidia) il modo in cui in fondo tutti i protagonisti si sentono – ad eccezione di uno – liberi.
È anche vero che in questa geometria di relazioni, ogni personaggio ha bisogno dell’altro per sentirsi completo: un gioco rischioso che durerà finché uno degli ingranaggi non si incepperà.

L’esperienza è ciò che conta: vivere il momento e sentirsi “ricchi di quell’attimo” con la consapevolezza che poi (inevitabilmente) le cose si modificheranno.

L'esperienza è ciò che conta: vivere il momento e sentirsi “ricchi di quell'attimo” con la consapevolezza che poi (inevitabilmente) le cose si modificheranno.
Non è possibile rinunciare al profumo della pelle e agli sguardi vivi di attimi senza tempo e senza luogo. Malick di questi dettagli è generoso, senza però scendere mai nella volgarità o nella banalità.


La sua regia è un caleidoscopio capace di regalare emozione ad ogni fotogramma.
Le relazioni di cui narra in Song to Song sono il cuore pulsante della nostra vita, senza di esse quest’ultima è una vita a metà. Non potrà mai essere una strofa cantata da Patti Smith, né tanto meno un giro di basso di Flea.

La scena musicale di Austin, Texas è solo un pretesto per narrare il vortice che colpisce due coppie. I cammeo dei musicisti che Malick vuole nella pellicola servono a dare del valore aggiunto.

Delicato e travolgente, dolce e delirante, Malick ci mette nella condizione di rivalutare noi stessi, con i nostri difetti e le nostre sensibilità, con le nostre gioie e le nostre profonde paure.
Delicato e travolgente, dolce e delirante, Malick ci mette nella condizione di rivalutare noi stessi, con i nostri difetti e le nostre sensibilità, con le nostre gioie e le nostre profonde paure.
Il cast stellare – in cui figurano Ryan Gosling, Rooney Mara, Michael Fassbender, Natalie Portman, Cate Blanchett , Holly Hunter, Bérénice Marlohe – non delude le aspettative. D’ora in poi sarà difficile liberarsi da quei ruoli cuciti loro alla perfezione da Malick.

Chiara Orlando

The Revenant: la recensione del film

The Revenant Di Caprio

Tom Hardy e Leonardo Di Caprio in una scena di The Revenant

Non ci sono dubbi sul fatto che Leonardo Di Caprio sia uno degli attori più talentuosi della sua generazione, ma definire la sua interpretazione in The Revenant da Oscar, è un’altra cosa.

Diciamo che se gli venisse assegnata la famosa statuetta in oro zecchino per The Revenant, direi che se l’è sudata per tutte le altre grandi interpretazioni. Io l’ho trovato particolarmente brillante in The Wolf of Wall Street, dove nel ruolo di Jordan Belfort, ci ha divertito nel caricaturizzare il personaggio affidatogli da Scorsese.

In The Revenant Di Caprio è bravo nel rendere palpabile (forse anche troppo) la sofferenza a cui è sottoposto Hugh Glass, un cacciatore di pelli dell’Ottocento che viene abbandonato dai suoi stessi compagni di spedizione e riuscirà a sopravvivere nelle sconfinate foreste del Missouri.

The Revenant Di Caprio

L’attore Leonardo Di Caprio in una scena del film

E di foreste, acqua e nevicate ne vedremo parecchie in questa pellicola di Alejandro González Iñárritu. Sebbene The Revenant non sia un genere di film mainstream, sin dalla prima inquadratura ho avuto la sensazione che fosse un film di cui ci si ricorderà, un po’ come era successo decenni fa a Balla coi Lupi. La regia del messicano va tuttavia ben oltre la mia citazione ed è il motivo principale per cui The Revenant va visto. Di Caprio ha raccontato che sul set faceva così freddo che ci sono stati momenti in cui le cineprese non funzionavano. A me, viene da dire che se fosse merito del luogo così impervio un tale capolavoro di regia, varrebbe la pena che gli altri registi ci provino.

Anche Emmanuel Lubezki va menzionato, perché la sua fotografia in The Revenant ci restituisce una natura a cui non siamo più abituati.
Nel cast assieme a Leonardo Di Caprio brilla pure Tom Hardy, l’attore britannico che Nicholas Windin Refn aveva voluto nella parte del muscoloso Bronson e nel recente Mad Max – Fury road. Hardy è bravo, lo è da sempre ed è un piacere rivederlo nella parte di un vero “cattivo”.

The Revenant Tom Hardy

L’attore britannico Tom Hardy, candidato all’Oscarcome attore non protagonista

Tuttavia, mi viene pure da pensare che, in quelle condizioni, portare a casa la pelle (sia in un senso, che nell’altro) significava anche venire meno della propria umanità.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

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The Big Short: la recensione del film

The Big Short film

Subprime morgages, SCDOs, Syntetic SDO’s: queste alcune tra le parole chiave che troverete nei dialoghi del cast stellare di The Big Short, La grande scommessa. Un linguaggio finanziario sconosciuto ai più che Adam McKay, già regista di Ancorman, The Other Guys e la serie Funny or Die, riesce a rendere più comprensibile. E lo fa con grande abilità.
The Big Short è la storia di un gruppo di outsiders che a cavallo tra il 2005 e 2007 si rende conto che il mercato immobiliare americano è basato su fondi estremamente a rischio. Ed è destinato irrimediabilmente a crollare. Un paradosso, se si pensa che JPMorgan Chase, Goldman Sachs, Bear Stearns, AIG, and Lehman Brothers erano considerati dei colossi intoccabili da crack finanziari. Ma di marcio nei titoli presenti nei pacchetti finanziari ce n’è da vendere e ciò che alla fine si innesca è un vero e proprio “Ponzi scheme”.

The Big Short film

Steve Carell e Ryan Gosling in una scena del film

Il film è tratto da The Big Short: Inside the Doomsday Machine, il libro di Michael Lewis, che serve da “canovaccio” a questa intricata storia. Ma veniamo ai “personaggi” di cui questo film è ricco: Christian Bale impersonifica il dott. Michael Burry, un eccentrico manager finanziario amante del rock, delle t-shirt e dei tagli di capelli economici. Lui è il primo a leggere ed analizzare le migliaia di dati dei pacchetti finanziari e lo fa pure con un occhio solo, visto che l’altro l’ha perso in tenera età.

The Big Short film

L’attore Christian Bale in una scena di The Big Short

Bizzarro, a-sociale e geniale, il personaggio che interpreta Bale è convinto che le banche e gli enti finanziari stiano in piedi grazie ad un complicato sistema di frode che gode del beneplacito delle autorità che valutano i rating: la piramide è marcia dalle sue fondamenta.

Un Steve Carell come non lo si è mai visto prima mette tutti d’accordo sul suo talento e ci fa capire che non è solo il re della commedia. In The Big Short impersonifica Mark Baum, un fastidioso, petulante manager finanziario che scopre, grazie ad una telefonata di Jared Vennett (Ryan Gosling) quanto alta sia la possibilità di una bolla nel mercato immobiliare. Gli altri personaggi che si intrecciano in questo film avvincente sono Ben Rickerd (Brad Pitt) che aiuterà i novellini Charlie Geller (un bravissimo John Mangaro) e Jamie Shipley (Finn Wittorock) a diventare ricchi, e molti altri personaggi paralleli.

The Big Short, Trailer in lingua italiana

Brillante e acuto, questo film di McKay è imperdibile non solo per la storia, ma anche per la qualità della sceneggiatura (che lui ha curato personalmente con Charles Randolph) e per un montaggio insolito ed incalzante.

The Big Short film

Nella foto Brad Pitt e l’attore Finn Wittrock

The Big Short è il film per chi, come me, ama le storie avvincenti e i film che ti incollano alla sedia. Sperando non sia quella del vostro studio quando ricevete il resoconto dell’andamento delle vostre azioni.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

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