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Joker, la recensione del film vincitore a Venezia 76

Joker non ha vinto a Venezia 76. Ha stravinto.
Il Joker di Todd Phillips ha cambiato le regole del gioco (o le ha cambiate la giuria di Barbera?): è il primo cinecomic a portarsi a casa l’ambita statuetta.
Che stessimo per assistere a qualcosa di straordinario l’avevamo capito già dai primi frammenti del film: Joaquin Phoenix, sensibilmente dimagrito per questo ruolo, è così abile a farci avvertire il suo disagio che non riusciamo a togliergli gli occhi di dosso. Il suo corpo si contrae così come fa il suo sorriso che sfocia in una risata inquietante.
Introverso, solitario e affetto da disturbi mentali, Arthur Flecker vive una vita misera con la madre anch’essa malata.

Joaquin Phoenix (Joker). Photo credits: Nico Tavernise

Il suo sogno è quello di fare Stand Up comedy, ambizione che viene incoraggiata da pochi. Egli viene deriso e ferito da tutti, finché un giorno, stanco e provato da ciò che gli accade, si ribella.
D’altra parte il crollo di quelle che erano le sue uniche certezze, soprattutto quelle legate alla sua infanzia, lo destabilizzano a tal punto da trasformarlo in un individuo tanto violento quanto “libero” (Joker).
Per la prima volta in vita sua non è considerato un “signor nessuno”, ma un eroe.

Joaquin Phoenix (Joker). Photo credits: Nico Tavernise

La cinepresa di Todd Phillips lo insegue per Gotham City, una città desolata ed abbandonata ormai a sé stessa. Le inquadrature amplificano il senso di claustrofobia sia nelle riprese all’esterno che negli ambienti interni.


Ma a tifare per Arthur Flecker – Joker ci pensa lo spettatore, che prende sin da subito le sue difese. Il passato è un fardello pesante a cui nessuno può sfuggire.

Joaquin Phoenix (Joker). Photo credits: Nico Tavernise

Joaquin Phoenix si conferma attore straordinario e dal talento smisurato. E se alla fine non è stato lui ad alzare la Coppa Volpi, non ci sono dubbi sul fatto che sia lui ad assicurarsi i bagliori della statuetta più famosa del mondo.

Chiara Orlando

First Man, recensione del film di apertura a Venezia75

In First Man – Il primo Uomo, film di apertura a Venezia 75, Damien Chazelle racconta la vicenda umana di Neil Armstrong (interpretato da Ryan Gosling) prima di raccontarne l’impresa per cui passerà alla storia.
La scelta del regista permette allo spettatore di avvicinarsi al protagonista di First Man e di comprenderne la natura schiva e i turbamenti che attraversano la vita dell’astronauta statunitense.

First Man, un’immagine tratta dal film di Damien Chazelle

Armstrong, il primo uomo a camminare sulla luna, era noto per il suo carattere introverso ed era dotato di grande sensibilità.
Il dramma della scomparsa prematura della figlia lo segnerà profondamente: ciò sarà per lui motivo di grande turbamento e di consapevolezza dei rischi che comporta portare a termine una missione che pare impossibile al giorno d’oggi, figuriamoci con gli strumenti e la tecnologia di allora.
Chazelle, il regista di Wiplash e dell’acclamato La La Land con cui aveva già aperto La Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia nel 2017, ci invita a bordo delle navicelle spaziali e non ci risparmia nulla di ciò che vivono gli astronauti in volo, nausea compresa.

Una scena tratta da First Man, film di apertura al Festival di Venezia

Il realismo dei lanci, così come quello della vita quotidiana vissuta dai protagonisti, è senza dubbio una delle armi scelte da Chazelle per farci innamorare di First Man. Sebbene il film sia confezionato alla perfezione per guadagnare milioni di incasso, lascerà senza dubbio lo spettatore soddisfatto.
Chazelle, regista trentenne che vanta già cinque nomination agli Oscars, è noto per la particolare attenzione nel ricostruire l’ambiente dove si muovono i suoi attori: in First Man la sua attenzione al dettaglio è quasi maniacale.

First Man, la locandina del film che ha per protagonisti Ryan Gosling e Claire Foy.

A Ryan Gosling spetta il ruolo del leggendario Neil Armstrong: ingegnere, pilota, astronauta, ma prima di tutto uomo. E il racconto di un Armstrong timido e umile calza a pennello all’attore canadese, appoggiato da una ancora più solida Claire Foy, moglie di Armstrong che, scena dopo scena, si fa sempre più decisiva per la pellicola.

Anche il resto del cast diretto da Chazelle si dimostra all’altezza, offrendo uno spaccato concreto degli otto anni antecedenti al lancio dell’Apollo 11: dall’entusiasmo generale e al desiderio di battere la concorrenza sovietica, per poi finire con le manifestazioni anti NASA di tanti cittadini americani scandalizzati dalle spese esorbitanti delle missioni e dai tanti lanci finiti tragicamente.

 

E se c’è tutto questo in First Man, ciò che manca, motivo delle recenti polemiche, è la scelta di escludere dal film la scena in cui viene piantata la bandiera americana. Ciò ha mandato su tutte le furie molti americani, in particolare “Buzz” Aldrin, ovvero l’astronauta che ha calpestato il suolo lunare subito dopo Neil Armstrong il 20 luglio del 1969. Aldrin ha di recente twittato #ProudToBeAnAmerican dal suo account personale, facendo capire a tutti quale fosse il suo pensiero in proposito. Alla polemica che infuria oltreoceano, Gosling ha risposto dicendo che quell’impresa ha rappresentato un successo e un traguardo per l’umanità intera, non solo per il popolo americano.

Ryan Gosling nel ruolo di Neil Armstrong

Bandiera o non bandiera, First Man fa decollare e permette allo spettatore di vivere una storia che ha segnato non solo un’epoca, ma ha cambiato il modo che avevamo di vedere il mondo intero.

Chiara Orlando

Paradise, la mia recensione del film

La-Biennale-Cinema-Simone-Massi

Il sospetto che Paradise, la pellicola del regista della Federazione Russa Andrei Konchalovsky, fosse una delle candidate ad essere premiate a Venezia mi era venuto guardando la lunga coda alla prima delle 17.00. A fine proiezione anch’io ero tra quelli che reputavano il film tra i papabili vincitori a Venezia per la capacità di Konchalovsky di narrare un tema visto e rivisto come quello della tragedia dell’olocausto senza renderlo scontato.

Il sospetto che Paradise, la pellicola del regista della Federazione Russa Andrei Konchalovsky, fosse una delle candidate ad essere premiate a Venezia mi era venuto guardando la lunga coda alla prima delle 17.00.
Paradise è un film in cui le vite di tre protagonisti si incrociano durante la follia della guerra. Olga è una aristocratica russa che viene arrestata dai nazisti per aver nascosto e aver offerto protezione a dei bambini ebrei. Proprio in prigione incontrerà Jules, un franco-nazista che indaga sul suo caso e che ha un debole per lei. Jules non potrà fare nulla per aiutarla e alla fine la donna finisce in un campo di concentramento dove le condizioni di vita dipendono dalle grazie e dai favori. Un giorno Olga incrocia al campo un alto ufficiale tedesco delle SS che aveva conosciuto anni prima durante un soggiorno in Italia e che si era invaghito di lei. Helmut (questo è il nome dell’ufficiale tedesco) e Olga ritornano a frequentarsi, situazione che fa sì che Olga non viva più nelle stesse condizioni degli altri prigionieri del campo: non soffre più la fame e soprattutto è vittima della fatica in ogni istante.

 Paradise è un film in cui le vite di tre protagonisti si incrociano durante la follia della guerra.
Helmut, sotto la pesante corazza che è costretto a vestire per il suo ruolo, pare avere un cuore e decide di aiutare la donna a scappare. La situazione politica cambia in modo repentino e una serie di circostanze non vanno secondo i piani.

 

Paradise si riferisce all’ideale paradiso voluto dai nazisti, dove le razze diverse da quella ariana, erano viste come inferiori e da sterminare. Un sogno folle e pericoloso, che mai come in questi giorni è attuale vista la chiusura rispetto ad un mondo sempre più eterogeneo.
A fine proiezione proprio in Sala Grande il giovanissimo attore che recita in Paradise, scoppia in un lungo pianto. Un pianto che ha commosso tutti i presenti in sala e che ha fatto riflettere maggiormente in merito alla follia umana e alla violenza senza senso, perpetrata da uomini che uomini non sono.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

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in alto, illustrazione di Simone Massi per Biennale Cinema 2016

American Anarchist, la mia recensione del film

La-Biennale-Cinema-Simone-Massi

Le conseguenze. E’ questo il tema che affronta American Anarchist, film fuori concorso alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e che, proprio al Lido, ha incassato una pioggia di applausi.
American Anarchist è un non fiction movie tanto bello, quanto difficile da digerire, visto che per tutta la durata del film-documentario si è sempre in conflitto con la frase: “Era un ragazzo, che ne sapeva di ciò che sarebbe successo poi?”.

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Ma procediamo con ordine: William Powell è un giovanotto inglese trasferitosi negli Stati Uniti da ragazzino. Ribelle e anticonformista proprio negli anni della controcultura, decide di pubblicare uno scritto-manuale sulla costruzione di ordigni ed esplosivi. The Anarchist Cookbook si trasforma in un best seller (vende più di 2.000.000 di copie), ma si trasforma anche nello strumento che viene usato da folli omicidi per mettere a segno omicidi, attentati, disordini antigovernativi e sparatorie nelle scuole.
Powell è costretto a lasciare il Paese: conduce una vita da fuggitivo sebbene il suo ruolo sia diventato quello di insegnare in Paesi disagiati, quasi voglia in qualche modo “rendere un contributo” per il tragico errore commesso da giovane.

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Sebbene la sua condotta sia ineccepibile e i suoi punteggi altissimi ogni volta che si candida per una posizione di lavoro, viene sempre perseguitato da una lettera anonima o da una dichiarazione che invita i suoi superiori a valutare se assumere o meno uno scrittore che ha pubblicato un libro su come far saltare in aria caseggiati, auto o ammazzare il prossimo.


American Anarchist è un’opera realizzata magistralmente sia per la sceneggiatura, sia per il montaggio, un grande film che ripercorre i momenti della vita di un uomo che mai avrebbe immaginato di diventare lui stesso il bersaglio della società.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

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in alto, illustrazione di Simone Massi per Biennale Cinema 2016

Orecchie, la mia recensione del film

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Orecchie è il racconto tragicomico della giornata trascorsa dal protagonista – di cui non sappiamo il nome – in una Roma in bianco e nero piena zeppa di riferimenti all’arte contemporanea e abitata da personaggi eccentrici.

È un forte fischio all’orecchio quello che avverte il protagonista interpretato da Daniele Parisi appena sveglio, un fastidio lo accompagnerà per tutta la giornata. Una nota sul frigorifero lasciata dalla fidanzata cambierà i suoi piani, che dovranno includere pure un’ insolita visita medica: i suoi incontri saranno uno più divertente e più tragico dell’altro.
Alcuni dei personaggi di Orecchie ricordano i caratteri più eccentrici visti delle pellicole dell’ Albertone nazionale, altri peccano d’essere troppo sopra le righe.
Un vero peccato, visto che per i primi venti minuti il film è impeccabile, sia dal punto di vista della storia squisitamente assurda, sia per il protagonista (un ottimo Daniele Parisi).
E che dire di una Roma in cui si respira arte contemporanea in ogni scorcio? Una Roma così diversa da come siamo abituati a vederla!

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Il regista Alessandro Aronadio ha voluto raccontare il senso di smarrimento che molti di noi – soprattutto i più introversi – vivono ai giorni nostri, con loro difficoltà di relazionarsi in un mondo a cui non si sentono di appartenere.

Romano di nascita e laureto in psicologia, Aronadio si specializza in regia alla Los Angeles Film School agli inizi del 2000. Due Vite per caso, la sua opera precedente è stata l’unica pellicola selezionata al Festival di Berlino e ciò la dice lunga sulle sue capacità di regista.

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Orecchie, il film presentato per Biennale College, è senza dubbio un film molto piacevole e brillante che pecca però nel voler caricaturizzare troppo i personaggi, rendendoli grotteschi.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

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in alto, illustrazione di Simone Massi per Biennale Cinema 2016

Nocturnal Animals: la mia recensione

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Dopo un capolavoro come A Single Man l’aspettativa sul nuovo lavoro del regista-stilista Tom Ford era altissima. E quando è così, c’è il rischio sempre di rimanere un po’ delusi. Sono rimasta delusa da Nocturnal Animals?

Quando sono uscita dal cinema un po’ lo ero, poi quando ho ripercorso il film mettendo insieme i pezzi del puzzle, ho pensato fosse un film ben fatto.
Ci sono le tracce di A Single Man nella pellicola Nocturnal Animals presentata a Venezia 73 (e che ha vinto proprio al Lido il Leone d’Argento – Gran Premio della Giuria)?
Sì, ci sono.

L'attore Colin Firth, attore di A single Man, accompagna il cast di Nocturnal Aninals alla premiere a Venezia.

L’attore Colin Firth, attore di A single Man, accompagna il cast di Nocturnal Animals alla premiere al Festival di Venezia

C’è il bisogno dello stesso Ford di indagare nella vita degli individui, di raccontarne i loro stati d’animo, le loro insicurezze e follie. Poi c’è la sua firma di uomo di moda, maniacale nella scelta dei dettagli e amante del bello.

 

La vita “apparentemente” perfetta della mercante d’arte Susan, impersonata da Amy Adams, si “sporca” con la lettura del romanzo Nocturnal Animals, libro che il suo ex marito – di cui non ha notizie da anni – le fa recapitare nella sua lussuosa casa di Los Angeles.
Ad accompagnare il testo un biglietto dello stesso ex-marito autore che la invita a leggere il romanzo a lei dedicato.
Susan si tuffa nella lettura del romanzo, ma con sua grande sorpresa, ciò che leggerà sarà per lei fonte di grande turbamento: il contenuto è di una violenza inaudita.

La vita “apparentemente” perfetta della mercante d'arte Susan, impersonata da Amy Adams, si “sporca” con la lettura del romanzo Nocturnal Animals,
E qui che allora la stessa Susan inizia ad interrogarsi sul motivo per cui il libro le sia stato dedicato. Ripercorre la storia con Edward Sheffield (Jake Gyllenhaal) dagli esordi sino alla fine, guardando per la prima volta la sua vita glamour con altri occhi.
Ira, vendetta, amore, perdono in Nocturnal Animals si mescolano assieme. Ad accomunare tutti questi sentimenti c’è il tempo. Le scelte che abbiamo fatto in passato sono state giuste? O avremmo dovuto fare in modo che le cose andassero in un altro modo? Stiamo pagando le conseguenze? A cosa davvero nella vita non si può rinunciare?
Nocturnal Animals scorre veloce, com’è veloce a scendere la notte: tra tailleur d’alta moda, lusso, miseria e l’assoluto nonsense della violenza.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

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in alto, illustrazione di Simone Massi per Biennale Cinema 2016

São Jorge: la mia recensione

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Dal degrado e dalla miseria è possibile riscattarsi?
São Jorge è il pugno nello stomaco assestato dal regista Marco Martins, abile nel raccontare una storia crudele in cui sembra non esserci spazio per la speranza.
Il regista sceglie di inquadrare così da vicino agli attori, che ci pare di sentirli respirare. Sentiamo il loro fiato corto, così come le loro inquietudini.

São Jorge è indubbiamente uno dei migliori film presentati a Venezia (ha aperto la sezione Orizzonti), una pellicola claustrofobica ed intensa
Tutti i protagonisti di São Jorge sognano un futuro diverso da quello che vivono, ma non hanno né i mezzi, né la lucidità per capire come cambiare la loro misera esistenza.
In un contesto di povertà come quello in cui versa il Portogallo nel 2011, il pugile Jorge, il figlio, la sua famiglia e la sua ex donna vivono di stenti.

Tutti i protagonisti di São Jorge sognano un futuro diverso da quello che vivono, ma non hanno né i mezzi, né la lucidità per capire come cambiare la loro misera esistenza.
Costretto a lavorare per una società di recupero crediti per poter mangiare, si trova intrappolato in una situazione senza uscita. Gli attori tutti a me sconosciuti sono così a proprio agio nel film da farlo sembrare un documentario. Nuno Lopes, che recita la parte del pugile Jorge in questa pellicola, è a dir poco straordinario e a Venezia viene premiato come miglior attore nella sezione Orizzonti.  

Sao Jorge è indubbiamente uno dei migliori film presentati a Venezia (ha aperto la sezione Orizzonti), una pellicola claustrofobica ed intensa, dove lo spiraglio della speranza ha il rumore di un guantone di boxe in pieno stomaco. E che fino all’ultimo fotogramma mi ha lasciato col fiato sospeso.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

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in alto, illustrazione di Simone Massi per Biennale Cinema 2016