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Marguerite: l’amore per il bel canto

L’amore per il bel canto di Marguerite non è direttamente proporzionale al suo talento, ma ciò non sembra abbatterla.
Xavier Giannoli ci racconta così la signora Dumont alla 72^ Mostra del cinema di Venezia.

Catherine Frot red carpet

L’attrice Catherine Frot sul red carpet di Venezia prima della proiezione ufficiale del film in Sala Grande

Per raccontare il film presentato due settimane fa in Concorso a Venezia occorre fare un passo indietro: il regista belga si è ispirato a Florence Foster Jenkins, soprano americano degli anni ’40, con scarse doti canore, ma con tutto l’appeal della grande diva.

marguerite catherine frot

L’attrice Catherine Frot nel ruolo di Marguerite Dumont in una scena del film

Gli amici della Dumont, pur partecipando ogni anno al concerto benefico che tiene in casa propria per raccogliere fondi a favore di una causa, la sbeffeggiano e si prendono gioco in segreto delle sue stonature.
Il marito dal canto suo, stanco di assistere al triste spettacolo, fa di tutto per arrivare in ritardo alle esibizioni della ricca moglie mettendo in scena improbabili guasti d’auto.


Allo stesso concerto che tiene per gli amici aristocratici che la deridono, partecipa pure un giornalista anti-convenzionale che vede invece nella Dumont una grande artista, proprio perché capace di esprimersi in modo così libero.
Le viene proposto dallo stesso Lucien di esibirsi su un palco vero, in un vero teatro, con un vero pubblico.
Seppure con incertezza, decide di accettare la proposta ed inizia a prendere lezioni di canto da un cantante lirico ormai in declino.
Marguerite è un film leggero, ma il regista ha l’accortezza di descrive la Dumont nella sua totalità, ossia come una donna in cui felicità e passione si mescolano ad amarezza ed infelicità.

marguerite michel fau

Michel Fau nel ruolo di insegnante di bel canto di Marguerite in una scena del film

Non mancano scene divertenti e godibili, ma anche attimi in cui per forza siamo portati a riflettere in merito alla difficoltà che abbiamo nell’essere noi stessi e nel poterci esprimerci liberamente.

marguerite
Il cast fa scorrere rapidamente ogni minuto della pellicola: ottima l’interpretazione di Catherine Frot nel ruolo principale, Sylvain Dieuaide nel ruolo del giornalista Lucien, di André Marcon nel ruolo del marito e di un perfetto Michel Fau, nell’interpretazione di vecchia gloria della lirica.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

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Remember: un film impeccabile

È stata una scelta coraggiosa quella di Atom Egoyam di girare Remember. Il regista e produttore canadese affronta un tema delicato come quello dell’olocausto. Sono tanti registi ad essersi cimentati in questo tipo di soggetto, ma in pochi sono riusciti a trarne dei film di cui ci rimane memoria – inevitabile gioco di parole – della “memoria”.
Remember è un film che si è meritato ogni minuto di applausi a Venezia. Anch’io, come il resto del pubblico, mi sono abbandonata a fine proiezione in un lungo battimano al regista presente in Sala Grande.

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Altra standing ovation va al cast di attori non più giovanissimi, con le physique du rôle adatto ad interpretare questa pellicola.
E del cast, non possiamo solo citare il brillante Christopher Plummer, ma anche Dean Norris, Bruno Ganz ed uno strepitoso Martin Landau, che con la sua lettera guiderà il protagonista in un involontario (o forse volontario?) viaggio interiore.

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In tanti avevamo il dubbio che Remember potesse essere il film già visto sul tragico sterminio di massa, ma non è così. Ed anche se all’inizio del film abbiamo la sensazione che a Zev, degente in una casa di cura e malato di alzheimer a cui è morta la moglie da pochi giorni, non possa succedere nulla di così eclatante, col trascorrere dei minuti capiamo che di cose gliene capiteranno tante. Forse pure troppe.


Sarà un suo caro amico della casa di cura (un evergreen Martin Landau) a guidarlo – grazie ad una lettera dettagliatissima – in una vera e propria missione per scovare il feroce nazista che ha sterminato la sua famiglia ad Auschwitz.
E così, lettera alla mano, il burbero e allo stesso tempo tenero Zev, intraprenderà un viaggio che lo porterà addirittura ad oltrepassare il confine ed arrivare in Canada.

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Sebbene nel film non ci siano specifici riferimenti a ciò che è accaduto nei campi di concentramento ai protagonisti, si comprende quanto all’epoca la folle realtà possa essere stata confusa con qualcosa di irreale, nel disperato tentativo di sfuggire al tragico destino.

Il film Remember è esattamente come la lettera che guida Zev nella caccia al feroce assassino nazista: impeccabile.

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11 Minutes: un thriller ad alta tensione

Sono bastati solo due degli “11 minutes” di Jerzy Skolimowsky per farmi capire che non mi sarei annoiata durante la proiezione di questo film. D’altra parte, era stato lo stesso regista ad affermare in conferenza stampa che questo film era la sua personale risposta all’action movie Made in USA.
E il risultato è davvero un film che gli americani possono invidiare.

11 minutes
E’ il tempo la chiave di lettura con cui analizzare l’ultimo capolavoro di Skolimowsky. Un tempo che fa da trait d’union in tutte le storie di questo film che il Maestro polacco fa sbalzare (letteralmente) fuori dallo schermo. Tuttavia Skolimowsky non vi entra in profondità, proprio perché pensa stia allo spettatore la decisione di scavare o meno dentro queste vite.
Difficile dire se chi si impegnerà a mettere insieme i pezzi di questo puzzle intricato, riuscirà mai a finirlo: sono troppi forse i dettagli da analizzare. O forse sono in pochi ad avere la sensibilità del regista.

11 minutes
È sbalorditiva la freschezza con cui il settantenne Skolimowsky dirige un cast – a me sconosciuto – ma davvero talentoso. Già, la freschezza: ciò che è mancato nelle opere dei registi italiani con la metà degli anni di Skolimowsky in concorso a Venezia.


È un vortice quello in cui ci spinge dentro Skolimowski: la sua impeccabile regia analizza il comportamento dell’essere umano nell’attualità del tempo presente. Alle azioni di un marito geloso, di una attrice, di un ladro, di un corriere fanno seguito quelle che possono sembrare delle conseguenze, ma forse è più semplicemente il caso ad accomunarne i destini?
In questo apparentemente disordinato thriller ad alta tensione il pluripremiato regista di Essential Killing e Le départ, continua a regalarci una grande prova di regia, tenendoci sempre col fiato in sospeso.

11 minutes
L’unica cosa che mi ha tormentata per tutto il film era se prestare attenzione al disastro patinato alla “ David La Chapelle” o tifare per uno dei personaggi che si trovano invischiati in un presente che mai diventerà futuro.
D’altra parte, è questo forse quello su cui pone l’attenzione Skolimowsky: noi siamo adesso, il futuro non esiste.

Chiara Orlando

 

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(Not) a bigger splash

Le urla del pubblico e l’entrata in scena di Tilda Swinton versione David Bowie, ci avevano illuso che questo film potesse essere carico di energia, ma ci sbagliavamo. A Bigger Splash, is not that big.

Il materiale per ricavarci un bel film c’era, non possiamo affermare il contrario: l’idea di raccontare la convalescenza di una rock star a Pantelleria per recuperare la voce e la sua interazione con gli altri tre protagonisti è interessante, ma non è bastato. In tanti ci siamo sentiti traditi una volta usciti dalla sala.

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Ralph Fiennes e Tilda Swinton in una scena del film

Ma cos’è a non funzionare in A Bigger Splash? L’errore più grande è scelta del cast, che seppur stellare, non riesce a trovare la propria dimensione nel film. Il motivo è molto semplice: nessuno è adatto al ruolo che gli viene assegnato da Guadagnino.

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Ralph Fiennes è per la prima volta stonato, nell’interpretare il vecchio produttore, amico nonché amante della rock star Marianne. In A Bigger Spash l’attore di Il paziente inglese è decisamente sopra le righe, egocentrico e fastidioso. Non si può dire che non sia capace , ma visto che ci ha abituati ad altri ruoli, lo vediamo “fuori dal suo naturale elemento”.
Stessa cosa vale per la Swinton, anche se di lei abbiamo tuttavia apprezzato la scelta di essere una rock star senza voce. La mimica sarà l’unico mezzo che le permetterà di comunicare con gli altri tre amici nel film.


Ed è proprio la difficoltà di comunicazione ciò su cui vuole puntare l’attenzione Luca Guadagnino: un tema complesso e quanto mai così attuale.
Degli attori, forse il più credibile è il bello (e bravo) Matthias Schoenearts, che abbiamo avuto il piacere di vedere qui a Venezia anche in The Danish Girl.

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Matthias Schoenearts con Tilda Swinton

Nel film di Luca Guadagnino alcune scene belle ci sono, soprattutto grazie alla cornice di una Pantelleria assolata. Poi però, quando si ha la sensazione che finalmente la storia riprenda la nota distorta che ci era piaciuta all’inizio, non resta più nulla.
Anzi, purtroppo qualcosa resta: un Corrado Guzzanti che fa la parodia dell’ufficiale delle forze dell’ordine. E anche se è vero che all’idillio fa seguito la tragedia e alla tragedia fa seguito la farsa, in questo finale ci aspettavamo un fuoco d’artificio. Magari proprio uno di quelli che vengono sparati durante le celebrazioni religiose dei paesini siciliani.

Chiara Orlando

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Janis: un tributo ben riuscito

Ci sono voluti otto anni alla regista Amy Berg per recuperare il materiale e realizzare Janis, il documentario sulla vita di una delle più belle voci femminili mai esistite.

Il risultato è un lavoro certosino di selezione di contenuti, immagini, tracce audio e video rarissimi.
E’ un bel omaggio a Janis Joplin quello presentato dalla capace Berg che non si limita a raccontare la Joplin del palco e dei backstage, ma la caratterizza anche in modo intimistico presentando la Joplin in tutta la sua complessità. E lo fa senza mai caratterizzarla e tanto meno dare giudizi.

Janis
Il rischio che questo documentario si trasformasse in un prodotto mediocre c’era e in tanti forse, non appena si è sparsa la voce che questo“film” sarebbe stato presentato alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, avranno pensato al peggio. Per i pessimisti questa volta è andata male: Janis non è il solito altarino per ricordare il grande artista scomparso.


L’unico altare – se proprio dovessimo prenderne in considerazione uno- è quello su cui fare salire Amy Berg, che con questo lavoro conferma di saper realizzare in modo eccellente questo genere di prodotto.
Ma torniamo a Janis: la cosa che abbiamo gradito di più sono state le tracce audio e le lettere alla famiglia, proprio quella famiglia che non è mai riuscita a comprenderla. Per loro Janis era una figura difficile di cui non sono mai riusciti completamente a condividerne le scelte. E per scelte, facciamo riferimento a ciò che la spingerà ad essere anticonformista e così diversa dalle altre ragazzine di Port Arthur.

janis
La Joplin lascerà Port Arthur da giovanissima – con sua e nostra somma gioia. Di lì in poi, non senza difficoltà, Janis Joplin si dedicherà alla musica, l’unica cosa che la faceva sentire veramente se stessa.

Chiara Orlando

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L’Hermine: è solo Fabrice Luchini a brillare

È un film che divide la critica quello del regista francese Christian Vincent. L’Hermine, termine che in francese indica l’ermellino, racconta la vita professionale e privata di un Presidente di Corte d’Assise.
Il Presidente “a due cifre” – così viene chiamato dai suoi colleghi poichè infligge pene mai inferiori di dieci anni – è detestato e temuto.

L'Hermine

Il temuto Presidente di Corte d’Assise Racine in una scena del film

Seppure L’Hermine riesca a caratterizzare i personaggi mettendo a nudo i sentimenti e le fragilità di un uomo apparentemente tutto d’un pezzo e solitario, il film presenta degli intoppi che sono dovuti all’eccessiva distinzione tra la vita professionale e quella privata di Monsieur Racine.

L'Hermine

L’attrice Sidse Babett Knudsen in una scena di L’Hermine

Ed anche se l’idea di separare in modo così netto questi due aspetti del protagonista pare una scelta voluta dal regista stesso, essa non riesce a convincerci. Questa scelta non fa decollare il film, lo rilega alla banalità.
Non vi è nulla da dire invece sullo straordinario Fabrice Luchini, che mette in campo tutta la sua verve creativa e il suo talento di grande attore.


Puntiglioso e preciso in aula, Racine è brillante e tenero quando si intrattiene con la donna che ama da anni e che rincontra – così vuole il caso – proprio in tribunale come giurata ad un processo per omicidio di cui è presidente.

L'Hermine

Fabrice Luchini con le vesti da Presidente di Corte d’Assise

Quello che è piaciuto a tutti di questo film è il suo essere assolutamente francese in ogni singolo fotogramma: dai dialoghi con cui si presentano a vicenda i giuristi, agli scorci nei quali si intravede una tipica cittadina francese.

Chiara Orlando

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Mountain: il film in concorso per Orizzonti

È dopo pochi fotogrammi di Mountain che capisco che questo film della regista ebraica Yaelle Kayam mi piacerà e mi farà pure passare l’amaro in bocca per non essere riuscita ad assistere alla proiezione di Spotlight con gli attori del film in sala. Il film, in concorso per Orizzonti, racconta la storia di una donna ebraica che vive con la sua famiglia a Gerusalemme, all’interno del cimitero sul Monte degli Ulivi. La sua famiglia – come dirà lei ironicamente in una battuta del film – è l’unico nucleo famigliare vivente della zona.
Madre di quattro figli e moglie fedele di un marito che si dedica più allo studio e alla preghiera che a lei, conduce una vita poco stimolante e fatta di abitudini.

La protagonista del film ebraico in concorso per Orizzonti

La protagonista del film ebraico in concorso per Orizzonti Shani Klein

Le cose cambiano quando scopre passeggiando in cimitero che il luogo è frequentato dalle prostitute e dai loro clienti.
Seppure sconvolta dalla scena di sesso a cui assiste, troverà poi proprio negli stessi frequentatori del cimitero un diversivo alla monotonia delle sue giornate. La donna inizia così due vite completamente diverse: durante il giorno è moglie e madre premurosa, mentre di notte osserva e si intrattiene silenziosamente con gli ospiti del cimitero.
Mountain non è certamente un film dal ritmo incalzante, ma ha il merito di non scendere mai di tono. Le immagini e le ambientazioni che accompagnano questa storia sono volutamente scarne proprio per permettere allo spettatore di calarsi ancora di più nella realtà.

mountain film
Usciti dal film vi sarà impossibile non fare qualche riflessione in merito alla religione e a quanto quest’ultima influenzi il ruolo della donna, ma il modo in cui il regista invita a farlo è delicato.
Il cast di Mountain, a partire dall’attrice principale Shani Klein, è capace di un’interpretazione senza sbavature.
Mountain è uno dei film visti alla Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia che ho apprezzato di più e che consiglio di vedere, sperando che come me possiate amarne ogni singolo fotogramma.

Chiara Orlando

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