Viridiana: sberleffi e visioni di un adolescente

Ancora un’immagine femminile sospesa tra sogno e realtà, tra desiderio erotico e sua proibizione, tra carnalità e misticismo: una giovane monaca bionda richiamata dallo zio prima di prendere i voti definitivi. Una sceneggiatura originale di Buñuel e Alejandro, pur ricchissima di riferimenti letterari cari al surrealismo, nata anche da una fantasia erotica del regista adolescente: rapire e narcotizzare la bionda regina di Spagna Victoria Eugenia, irraggiungibile per il ragazzo prigioniero nel collegio dei Gesuiti, per possederla carnalmente. Ancora il desiderio di uno sguardo maschile che proietta sul presente l’incubo e il ricordo di un lontano matrimonio, ancora l’immagine di un corpo femminile che si sdoppia e si moltiplica in una serie di ‘repliche’ e ‘ ripetizioni’. Una buona dose di beffarda necrofilia surrealista, un impasto grottesco ed esplosivo di erotismo e di austero misticismo, che diventa un’immagine simbolica della storia della Spagna e delle sue ricorrenti ossessioni: la religione, l’onore cavalleresco, il mito di don Giovanni, la donna, vergine intoccabile e insieme oscuro oggetto del desiderio. Ecco Viridiana di Luis Buñuel, vitalissimo e accecante capolavoro senile del grande artista e regista spagnolo che a sessant’anni firma forse una delle sue opere più perfette e più compiute.

Viridiana

A differenza di Vertigo, Viridiana è un tipico oggetto del desiderio dell’appassionato frequentatore di cineclub: praticamente invisibile sugli schermi televisivi, a causa della censura e dei sequestri di cui fu vittima fin dalla sua prima apparizione nel 1961, il film di Buñuel è una ricca portata che ha deliziato le serate nebbiose e fredde dei miei inverni milanesi. Credo di averlo visto almeno 10 volte in una sala cinematografica: la prima volta fu però anche in questo caso determinante, perché l’associazione Pandora, che proiettava splendidi cicli di film d’essai, propose una doppia proiezione, affiancando Viridiana a L’angelo sterminatore, in una lunga e appassionante serata che sembrava non dover mai concludersi.

VIridiana
Una scena del film Viridiana

L’esperienza di quella visione fu per me simile al celebre taglio dell’occhio con cui si apre Un chien andalou di Buñuel e Dalì: un accecamento, un lampo di luce violento e potente, preludio a una visione più ricca, più libera, a un doppio sguardo capace di oltrepassare i limiti del visibile. Le immagini che scorrevano sullo schermo mi lasciavano stupefatto, ammirato e sedotto: non avevo mai visto una simile libertà narrativa e una tale forza evocativa delle immagini, che alternavano sogni e vita diurna, visioni e messe in scena teatrali, sacre e dissacranti rappresentazioni. L’incontro tra una giovane e sensuale monaca devota e sinceramente credente con un vecchio zio libertino, un don Giovanni in pantofole, morbosamente legato all’immagine e al ricordo della moglie morta la notte delle nozze (come in un racconto di Edgar Allan Poe) creava un cortocircuito tra eros e religione, tra carnalità e spiritualità, perfettamente mantenuto in equilibrio per tutta la durata del film. Questa straordinaria densità dell’immagine, densità simbolica, evocativa, onirica, estetica, all’interno di un film che non si presentava come un’opera d’avanguardia o sperimentale come Un chien andalou o L’âge d’or, culminava nella celebre parodia dell’Ultima Cena di Leonardo da Vinci, un rovesciamento geniale dell’equilibrio rinascimentale pittorico dell’affresco milanese nello spirito grottesco, insieme totalmente fisico e spiritualmente asciutto e ascetico, del cinema dell’autore spagnolo. Quella scena, immobilizzata in un fermo immagine dove il posto di Gesù è occupato da un mendicante cieco e rissoso e gli apostoli sono sostituiti dai gesti scomposti e brutali (ma così vividi e vitali) degli altri mendicanti o ‘pitocchi’ raccolti e aiutati da Viridiana (nani, poveri, prostitute, uno zoppo, un lebbroso), racchiude forse ai miei occhi secoli di arte spagnola, nella sua ineliminabile differenza rispetto alla tradizione artistica italiana.

È possibile ritrovare in Viridiana come in tutto il cinema di Buñuel la matericità densa e opaca delle nature morte di Zurbarán, l’equilibrio razionale e insieme misterioso delle tele di Velázquez, l’ascetismo estremo e al tempo stesso la carnalità insuperabile dell’arte spagnola da El Greco a Goya fino a Picasso e Dalì. Per marcare la specificità dell’arte spagnola, Buñuel doveva ‘rovesciare’ un capolavoro del Rinascimento italiano, mostrarne il risvolto oscuro, notturno, onirico e beffardo, farlo passare attraverso lo sguardo fotografico e cinematografico del Novecento. Si esce da una proiezione di Viridiana stupefatti e arricchiti da questa messe di immagini e di suoni (quale straordinario uso spiazzante della musica sacra di Bach, Mozart e Händel!), che mostravano l’intreccio indissolubile tra feticismo erotico e feticismo religioso, tra l’apoteosi dei sensi e quella dello spirito, al cui centro si pone la laica e grigia morale borghese dell’efficienza e del guadagno, verso cui Buñuel rivolge il suo sguardo lucido e acuto, implacabile e penetrante. Tra l’ascetica e sensuale Viridiana e il perverso e toccante zio don Jaime (la cui morale aristocratica e demodé in fondo incontra la simpatia di Buñuel), come un grigio intermedio, incapace degli slanci e degli eccessi tanto dell’una quanto dell’altro, incontriamo il pragmatico, concreto, cinico borghese nipote Jorge che capitalizza ogni rendita e guadagno perseguendo la logica del “vile metallo”, del denaro, come lo definirà un altro anti-eroe buñueliano, il don Lope di Tristana.

Michele Bertolini

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