Lunga vita al cinema noir

Arrivando al termine di questo piccolo percorso autobiografico, mi accorgo di aver dimenticato moltissimi film decisivi, fondamentali: molto cinema italiano, americano (Kubrick, Allen, Welles, Ford, Scorsese, De Palma, Lynch…), orientale (Ozu, Mizoguchi, Kurosawa). Mi è difficile preferire o prediligere un regista italiano: chi scegliere fra Rossellini, Fellini, Pasolini, Visconti, Antonioni, De Sica? Non rinuncerei mai a Europa 51, a Otto e mezzo o a Casanova, ad Accattone o Mamma Roma, a Senso o Rocco e i suoi fratelli, a Il grido, Blow up o Professione: reporter, a Ladri di biciclette o a Umberto D. E tuttavia in conclusione, dedico la mia ultima predilezione a un genere nella sua interezza, non a un singolo film: quel cinema noir che, come genere tipicamente americano (al pari del western), ha conosciuto propaggini, adattamenti, declinazioni europee (in particolare in Francia, con il polar), pur rimanendo l’originale di fatto inimitabile.

cinema noir

Il cinema noir americano, che conosce la sua età dell’oro fra gli anni Quaranta e il 1960 (con l’ulteriore fioritura del neo-noir), sull’onda di una letteratura specifica e unica, definisce i contorni di un mondo con una sua morale (incerta e ambigua), con una sua metafisica (chiaroscurale e interrogativa), con una sua estetica (fotografica, attoriale, stilistica). Il detective amorale e cinico, la femme fatale, felina e autodistruttiva, un universo di picchiatori, gangster, giocatori d’azzardo, cinici sfruttatori, sono i personaggi estremi di questo mondo, un mondo quasi mitico che eccede sempre le leggi dell’utile e del guadagno, come pure la logica dell’intreccio giallo o poliziesco, per lanciare allo spettatore interrogativi morali e provocazioni estetiche continue. Le trame contorte, al limite dell’incomprensibilità (proviamo a riassumere in maniera narrativamente lineare l’intreccio de Il grande sonno di Chandler e Hawks: uno sforzo infruttuoso), costituiscono solo lo sfondo per disegnare atmosfere urbane misteriose e inquietanti, per descrivere personaggi alla deriva e solitari, spesso segnati dall’incubo della guerra e dall’isolamento, per articolare una relazione sempre più sfumata tra fantasia e realtà, fra sogno e quotidianità, fra ideali e torbida concretezza.

cinema noir

Il noir è un genere che non si definisce semplicemente per la presenza di un delitto o di un mistero da risolvere, né per la lotta tra il bene e il male, tra la legge e la sua trasgressione: è, al pari della letteratura francese di quegli stessi anni, un genere esistenziale, che rappresenta un universo morale ed estetico, in cui i personaggi si dibattono come in una gabbia metafisica. Spesso ridotti a produzioni di serie B, i film noir hanno visto nascere autentici piccoli capolavori, celebrati solo a posteriori: registi come Edgar Ulmer o Jacques Tourneur, spesso confinati a dirigere opere minori dal sistema hollywoodiano, hanno realizzato Detour e Out of the Past (Le catene della colpa), dove il gioco che il destino riserva ai protagonisti rivela un’implacabile fatalità, dai tratti metafisici.

cinema noir bogart

Nel cinema noir classico, ciò che più colpisce e affascina è la straordinaria coerenza estetica di questo universo grigio o dai forti contrasti, la tagliente precisione di una fotografia che ritaglia e definisce gli ambienti, gli spazi, i luoghi: i caffè fumosi e spesso deserti, i night club equivoci, le sale da gioco clandestine, le periferie delle città, le strade deserte di un’alba metropolitana a San Francisco o New York, l’esotismo degli spazi della fuga, dei luoghi dell’utopia (il Messico o il Sud America dove sognano di fuggire e fuggono i personaggi de Le catene della colpa, la prateria americana dove va a morire tra i cavalli Sterling Hayden in Giungla d’asfalto). In questo universo claustrofobico e inevitabilmente urbano, l’utopia o il sogno spesso assumono l’aspetto dell’onirismo più esasperato (le scene del delirio di Marlowe ne L’ombra del passato di Dmytrick, il sogno-incubo de La donna del ritratto di Lang) o dell’assolata luminosità del Sud, di ciò che sta al di là del confine americano, come la straordinaria sequenza dell’innamoramento e della nascita della passione (poco importa se vera o falsa, se illusoria e chimerica) fra Robert Mitchum e Jane Greer ne Le catene della colpa sulle spiagge messicane. All’interno di un genere, in fondo così letterario per la sua ascendenza e così definito nei suoi limiti anche tecnici o narrativi, si sono potute realizzare le sperimentazioni più originali e affascinanti. Fritz Lang deve buona parte della sua seconda carriera americana alla frequentazione con il noir, da lui interpretato come spazio per lanciare interrogativi etici e metafisici sull’uomo e la giustizia, Nicholas Ray ha lasciato alcune delle sue testimonianze più sincere e autentiche della sua poetica in film come La donna del bandito, Il diritto di uccidere, Neve rossa o Il dominatore di Chicago.

È impossibile scegliere un solo titolo all’interno dell’universo noir, che ha sedotto grandi autori anche europei (Renoir, Truffaut, Godard), forse alcune sequenze di diversi film: il migliore flashback in Doppio gioco di Robert Siodmak, quando Burt Lancaster rientra nel lungo e stretto bar per rivivere come in un sogno la sua tormentata storia d’amore, l’inizio più perfetto nella scena d’apertura di Dietro la porta chiusa di Lang, in cui sogni, incubi e realtà si mescolano nella voce off di Celia felice di sposare il bizzarro architetto Mark, monologo accompagnato da un fluido piano sequenza, il finale più drammatico nella morte di Sterling Hayden tra i cavalli selvaggi in Giungla d’asfalto di Huston, ma anche quello apocalittico e definitivo di Un bacio e una pistola di Robert Aldrich….e così via…

Michele Bertolini

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