American Anarchist, la mia recensione del film

La-Biennale-Cinema-Simone-Massi

Le conseguenze. E’ questo il tema che affronta American Anarchist, film fuori concorso alla 73esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia e che, proprio al Lido, ha incassato una pioggia di applausi.
American Anarchist è un non fiction movie tanto bello, quanto difficile da digerire, visto che per tutta la durata del film-documentario si è sempre in conflitto con la frase: “Era un ragazzo, che ne sapeva di ciò che sarebbe successo poi?”.

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Ma procediamo con ordine: William Powell è un giovanotto inglese trasferitosi negli Stati Uniti da ragazzino. Ribelle e anticonformista proprio negli anni della controcultura, decide di pubblicare uno scritto-manuale sulla costruzione di ordigni ed esplosivi. The Anarchist Cookbook si trasforma in un best seller (vende più di 2.000.000 di copie), ma si trasforma anche nello strumento che viene usato da folli omicidi per mettere a segno omicidi, attentati, disordini antigovernativi e sparatorie nelle scuole.
Powell è costretto a lasciare il Paese: conduce una vita da fuggitivo sebbene il suo ruolo sia diventato quello di insegnare in Paesi disagiati, quasi voglia in qualche modo “rendere un contributo” per il tragico errore commesso da giovane.

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Sebbene la sua condotta sia ineccepibile e i suoi punteggi altissimi ogni volta che si candida per una posizione di lavoro, viene sempre perseguitato da una lettera anonima o da una dichiarazione che invita i suoi superiori a valutare se assumere o meno uno scrittore che ha pubblicato un libro su come far saltare in aria caseggiati, auto o ammazzare il prossimo.

American Anarchist è un’opera realizzata magistralmente sia per la sceneggiatura, sia per il montaggio, un grande film che ripercorre i momenti della vita di un uomo che mai avrebbe immaginato di diventare lui stesso il bersaglio della società.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

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in alto, illustrazione di Simone Massi per Biennale Cinema 2016

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