Kean Ou Désordre Et Génie: il mio film preferito del Festival

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Di tutte le pellicole viste durante le Giornate del Cinema Muto, quella che ho amato di più è Kean Ou Désordre Et Génie, pellicola del 1924 del russo Alexander Volkoff che fu costretto a lasciare il paese ed esiliare in Francia per continuare la sua attività di regista. L’incapacità del protagonista di togliersi la maschera che veste quotidianamente anche quando non recita, è il tema che attraversa questo film muto realizzato negli Anni Venti e presentato alle Giornate del Cinema Muto dopo un attento restauro. La storia è quella di un famoso attore dell’Ottocento di pièce shakespeariane che conduce una vita privata sregolata e piuttosto infelice.
Durante una messa in scena a teatro di Romeo e Giulietta, Kean, interpretato dal russo Ivan Mosjoukine, vede per la prima volta due donne le cui vite si intrecceranno con la sua. Da allora la sua vita diventerà tormentata da una storia d’amore così magica, quanto impossibile.

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Un altro tema affrontato da Volkoff oltre a quello dell’impossibilità di scindere il personaggio dalla vita reale, è la differenza sociale che qui viene messa in luce nel rapporto tra il protagonista – un attore – nei confronti della contessa – figura di alto rango – di cui egli si innamora perdutamente.
A sottolineare i gesti e a descrivere al meglio le mille e una sfumature dei personaggi – tra cui anche un gobbo piuttosto maltrattato dal protagonista principale – ci pensa il brio del pianoforte di Neil Brand, attraverso il quale ci si dimentica di essere di fronte ad un film senza sonoro.

L’accuratezza della scelta dei costumi e l’espressività di tutti gli attori, rendono questo film un vero capolavoro, nonché un’opera che pare impossibile essere realizzata nei primi del Novecento.
Ironia, tristezza, brio, giocano all’unisono per rendere unica ogni scena. Singolare la scelta del regista di aprire il film in modo teatrale e chiuderlo con la morte del protagonista allo stesso modo. Questa pellicola è una chicca da guardare più volte, soprattutto quando vogliamo estraniarci dal mondo contemporaneo a volte così asettico e privo di emozioni.

Chiara Orlando

per Fondazione Giovanni Santin Onlus

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