La Donna di Picche, il sogno di Renzo Sovran

La sensazione che si ha guardando La Donna di Picche, opera prima del regista friulano Renzo Sovran, è quella di trovarci dentro un caleidoscopio. Quello di Sovran ha i granelli colorati che virano verso il rosso e le tonalità fredde tipiche delle vecchie foto piene di storie e ormai sgualcite a forza di guardarle.

Betty Maier con Ludovico Rigonat in una scena del film

La sua accuratezza nel ricreare il contesto visivo e storico della Tauriano degli anni settanta è maniacale: ogni frammento della pellicola ci riporta a quell’epoca: dalle strade di campo ai tavoli, alla fabbrica, ai vecchi bar. A dare man forte allo scenario uno screenplay che non solo narra una vicenda di amore, ma mette in luce vicende umane, comportamenti e stati d’animo tipici del “popolo friulano”. Il friulano che ben descrive Sovran è attaccato alle sue origini così come lo è alla natura, vive il distacco dalla sua terra da emigrante e il desiderio di ritornarvi.

A backstage moment: il regista con la troupe e gli attori in una scena della pellicola.

Non dev’essere stato facile per la gente comune calarsi nei panni dei personaggi – non tanto per la recitazione – quanto per l’idea di farsi riprendere dalla cinepresa. Sovran tuttavia riesce, affabile com’è, a mettere tutti a loro agio. E sebbene durante le ben due ore di film sia capitato di leggere qualche incertezza, in soccorso arriva una solidissima Betty Maier che fa capire a tutti quanto a lei stare di fronte alla cinepresa riesca con facilità. È lei a guidare il timido Ludovico Rigonat nel film: egli, scena dopo scena, si appropria di tutta la sensibilità del suo personaggio e ce lo fa amare.

Il regista Renzo Sovran mentre dirige la troupe

Oltre alla Maier, meritano di essere citati il barista impersonato da Andrea Tracanelli a cui si poteva fare anche a meno di dare il copione, tanto è artista nel mimo e nell’espressività del volto. Fuoriclasse l’intervento di un cattivissimo Fabio Saccavino che veste i panni di Mammolo, che ci guarderemo bene di incontrare per le vie spilimberghesi e a cui sono stati confezionati look che lo stesso Al Pacino invidierebbe. C’è poi un cameo molto ben riuscito di Catine che in due battute mette a nudo la “friulanità” come solo lei sa fare.


Sovran ama i luoghi e i suoi personaggi e trasmette questo affetto al pubblico che, proiezione dopo proiezione, è coinvolto in questo film piccolo e prezioso interamente prodotto in Friuli da Flavio Zanello con The Box records per Zerozerobudget, D&L movies e Backfilm Productions e girato in tempi record.
Renzo Sovran aveva un sogno e quel sogno si chiama La donna di Picche: un film nostalgico e affettuoso, che parla di come siamo noi, sempre in bilico tra ciò che vorremmo essere, la paura del giudizio altrui, e l’essere sempre così friulani.

Chiara Orlando

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