Alan Pasotti si racconta a Chiara’s room

Alan Pasotti ama in modo viscerale la scultura: la trova essenziale, pura, forte e dinamica. E ciò nelle sue fotografie balza agli occhi, così come traspare senza filtri la sua passione per questa professione dove egli dà tutto se stesso. Ho avuto il piacere di intervistarlo per comprendere meglio il modo in cui opera e per capire cosa significhi per lui la fotografia.

Chiara’s room: Non c’è corpo maschile in cui non si celi un pizzico di femminilità, né corpo femminile in cui non traspaia un aspetto maschile: anche tu vedi ciò nei modelli che posano per te? La mia sensazione è quella di veder vivere in loro questo continuo dualismo.

Alan Pasotti: Quando ho davanti una persona che vuole essere fotografata ci parlo molto prima, cerco di capire come vuole vedersi e cosa vuole trasmettere dalla fotografie. Spesso mi viene detto di fare da me, di scegliere per loro. Se questo avviene, assecondo ciò che vedo e man mano lavoro. Spesso si inizia con un progetto e si finisce con un altro completamente diverso. Gli scatti finali sono sempre i migliori. Porto le persone spesso allo sfinimento perché cerco di cogliere in loro quell’espressione naturale che sia gioia, dolore o sensualità che le contraddistingue.

Alan Pasotti
© Alan Pasotti

Chiara’s room: I corpi che fotografi sono scultorei e forti, ma se ingrandiamo quei centimetri di pelle che regali in modo così generoso, ci accorgiamo del pulsare delle loro emozioni, della fragilità delle vene in tensione, della fatica di un balzo o nel mantenere una posa. Sono questi i dialoghi che cerchi con l’osservatore delle tue opere?

Alan Pasotti: Sono sincero Chiara, non scatto fotografie per avere un tornaconto di accettazione o avere come dici tu un dialogo con l’osservatore. Non scatto per nessuno al di fuori della persona che è davanti a me in quel momento. Ogni volta che fotografo vivo emozioni e sensazioni diverse. In ogni opera c’è un po’ di me. Vivo la fotografia artistica come estensione del mio essere umano. La fotografia commerciale invece, quella no, quella è puramente studiata a tavolino e creata ad hoc, anche se c’è sempre un pezzo di Alan (interiore) anche quel caso.

Alan Pasotti
© Alan Pasotti

Chiara’s room: Guardando le tue foto in bianco e nero non si può non pensare all’uso plastico che fai della luce: le tue fotografie si trasformano in sculture. Il torso segnato del coreografo sarebbe stato materia di prim’ordine per un giovane Michelangelo, mentre il drappo che ne nasconde le nudità puro divertimento per l’esperto Rodin. Che rapporto hai con la scultura: la ami, la detesti o ti è indifferente?

Alan Pasotti: AMO in modo viscerale la scultura. La trovo così essenziale, pura, forte, dinamica. L’opera che ammiro di più è il Laocoonte. Un uomo che lotta contro i serpenti per salvare la vita dei figli. Anche solo a parlarne mi emoziono. Quello è un perfetto esempio di cos’è per me la fotografia: EMOZIONE.

Alan Pasotti
© Alan Pasotti

Chiara’s room: Uno degli aspetti che amo di più della tua opera fotografica è il modo in cui alterni corpi mobili ad altri quasi imprigionati nella loro immobilità. Dal balzo, in cui è richiesta l’azione di ogni singolo muscolo del ballerino, si passa poi alla proiezione dei dorsali immobili: c’è una spiegazione dietro questi tuoi scatti o sono io a vedere “oltre le cose”?

Alan Pasotti: Come ti dicevo prima, ogni creazione è a sé stante… non sono collegate fra di loro. Se il modello (o chi per esso) mi dà carta bianca io disegno la fotografia come se si trattasse di una tela pittorica. Sono processi che si legano l’uno all’altro dalla prima fotografia all’ultima. È come se nei pochi metri che mi separano da chi posa ci fosse un’energia e mi permette di vedere la fotografia prima di farla.

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Quanta preparazione c’è dietro uno scatto come quello dei tre ballerini “sospesi in aria”?

Alan Pasotti: Molta. Quell’idea era già nella mia mente da qualche anno. Avevo bisogno del modello giusto e Giovanni è stato al gioco. Nella mia testa era ben impresso il risultato finale, bisognava solo metterlo in pratica prevedendo il salto per studiare la luce e modificandolo per avere tre diverse figure. In sostanza dovevo dirigere Giovanni affinché si muovesse nel punto esatto. Anche quando si improvvisa si è già lavorato molto tempo prima.

Alan Pasotti
© Alan Pasotti

Chiara’s room: Cos’è che ami di più, la produzione o la post produzione?

Alan Pasotti: Senza ombra di dubbio la produzione. Nella mia testa lavoro ancora in analogico, cerco di ottenere la foto perfetta già in produzione. Tuttavia, la post produzione oggi è molto divertente e spesso ti dà la possibilità di creare opere davvero singolari.

© Alan Pasotti

Chiara’s room: A quanti anni hai fatto il tuo primo scatto fotografico e con che macchina?

Alan Pasotti: La prima vera fotografia – non ricordo l’anno – la scattai con una FUJI. Ti parlo del 1985-1986 credo.

Chiara’s room: So che non bisognerebbe mai fare questa domanda a chi fa il tuo mestiere, ma se dovessi citare un fotografo che ha lasciato il segno in ciò che fai, chi sarebbe?

Alan Pasotti: Henry Cartier-Bresson. La sua fotografia è eterna. Il suo occhio era ARTE.

Alan Pasotti
© Alan Pasotti

Chiara’s room: Quanto è importante per te osservare prima di scattare?

Alan Pasotti: Fondamentale. Non puoi fare fotografia se non sai osservare. Se ti sfuggono i particolari o se proprio non li vedi… stai sbagliando lavoro.

© Alan Pasotti

Chiara’s room: Vivace è il tuo uso dell’ombra, così come quello del colore: una nota che – quando c’è – sovrasta tutto. Come riesci ad essere così pertinente nell’utilizzarle entrambe? Ciò ti riesce facile o complesso?

Alan Pasotti: Stiamo parlando di fotografia – passami il termine – d’autore. Nasco dal Liceo Artistico, dove creare le proprie visioni era il compito quotidiano. La fotografia è fatta di luce: dosare la luce ed usarla in una determinata quantità, in quel preciso punto e modo fanno parte dell’atto creativo. Non è né facile, né complesso. Viene da sé… ed è bellissimo.

Alan Pasotti
©Alan Pasotti

Chiara’s room: Come fai a definire il momento in cui è bene fermarsi e non andare oltre?

Alan Pasotti: Quando sono stanco e mi sento vuoto dentro. È una violenza scattare fotografie artistiche controvoglia.

Chiara’s room: Guardando i tuoi lavori la sensazione che si ha è che ciò che fai sia molto personale– anche quando ti è commissionato. È solo una mia sensazione?

Alan Pasotti: Sai Chiara, io questo lavoro lo faccio con molto amore: è tutto ciò che ho. È la parte di me che in pochi hanno avuto la fortuna o sfortuna di incontrare. C’è chi l’ha accettato ed è rimasto e chi invece ha avuto paura e se ne è andato. In ogni fotografia, c’è un pezzo di Alan. Le migliori fotografie le ho fatte quando ero o triste o al settimo cielo. Quando ero emotivamente fragile. Tutta la forza viene canalizzata nelle mie fotografie che è anche il mio modo di amare.

Alan Pasotti
©Alan Pasotti

Chiara’s room: Qual’è lo scatto che senti più tuo tra questi?

Alan Pasotti: Bella domanda. Sono tutte fotografie che rappresentano un lato di me, ma se devo scegliere ti dico quella dei rami secchi. Chiunque la veda ci vede la solitudine, io no… io ci vedo tutta la vita del mondo.

Chiara Orlando

 

Alan Pasotti fotografo: http://www.alanpasotti.com/

Rispondi

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: