Dogman, la mia recensione del film

Non credo di essere troppo generosa nell’affermare che Dogman, il nuovo film di Matteo Garrone, sia un vero capolavoro, visto che chi lo ha recensito prima di me ha gridato addirittura al miracolo. L’ultima pellicola del regista italiano è uno di quei film che speri sempre di vedere al cinema e il cui ricordo, una volta terminata la proiezione, ti accompagnerà per diversi giorni.

Dogman, la locandina del film di Matteo Garrone.

C’è una premessa da fare: è meglio vedere Dogman senza cenare prima (ma poi sarà comunque difficile farlo), viste alcune scene in compagnia delle bestiole che il protagonista Marcello ama (quasi) quanto la figlia e altre scene piuttosto cruente.
Ma veniamo alla storia: Marcello (uno straordinario Marcello Fonte) vive una vita di stenti in una periferia in cui la desolazione e la miseria sembrano aver inghiottito ogni uomo ed ogni sua possibilità di condurre una vita “normale”.
Lo scempio estetico del luogo non lascia scampo a chi è costretto a vivere lì.

La toelettatura per cani che Marcello ha costruito dopo tanti sacrifici è il luogo in cui, ad un certo punto del film, il rapporto di sudditanza tra Marcello e Simoncino (Edoardo Pesce), il bullo temuto della zona, subirà un brusco cambiamento.

Nulla sarà come prima, neppure Marcello. Da timoroso e accondiscendente prima, stanco di essere deriso e maltrattato, si ribellerà come non aveva mai fatto in vita sua.

Garrone misura tutto ciò accade lasciando siano la realtà e i protagonisti ad entrare nei fotogrammi. Il dolore e lo sconforto non sono nulla rispetto all’impotenza di non riuscire a cambiare ciò che accade. Dogman ha i colori sbiaditi delle macchinette della sala slot e il grigiore delle pozze d’acqua che tappezzano l’ingresso della toelettatura cani di Marcello, ma anche la poesia delle migliori sequenze cult di Windin Refn, dove il sangue e l’odio scorrono (meravigliosamente) copiosi.

Chiara Orlando

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